De Michelis (Frame AM): “Rischio sell-off in aumento per gli asset italiani”
28 maggio 2018
di EUGENIO MONTESANO
4 min
I mercati azionari e obbligazionari navigano a vista per fendere i marosi del rischio Italia, paese in piena crisi istituzionale. Il possibile declassamento del debito sul quale Moody’s starebbe ragionando sarebbe un colpo difficile da assorbire, con Bot e Btp già oggetto di un rapido allontanamento da parte degli investitori globali.
Il declassamento avvicinerebbe i titoli italiani alla condizione in cui non diventano più acquistabili dalla Bce. A preoccupare l’agenzia americana sono il rischio di indebolimento dei bilanci: nel programma di governo ci sarebbero misure costose senza chiare coperture e uno stop alle riforme strutturali. Anche se, mette in chiaro Moody’s, resta molto basso il rischio di un’uscita dell’Italia dalla zona euro.
Oggi i mercati ripartono da livelli di allerta per i tassi dei titoli italiani, con il tasso del Btp decennale vicino al 2,5% e la differenza con l’equivalente tedesco che nei giorni scorsi è salita a oltre il 2% toccando i massimi degli ultimi quattro anni.
Per avere un’idea dei timori sul marchio-Italia legati alla situazione politica, basta vedere l’andamento dello spread dal 5 marzo, giorno dopo il voto, al 25 maggio: si passa da 136 a 206. Mentre la Borsa di Milano con l’ultimo ribasso dell’1,5%, ha perso 51 miliardi in nove sedute. Nel complesso il valore perso è di circa 200 miliardi in meno di un mese.
Michele De Michelis, presidente e responsabile investimenti di Frame asset management
Michele De Michelis, presidente e responsabile investimenti di Frame asset management, boutique di investimento luganese, non va tanto per il sottile: secondo il gestore, i rischi legati agli asset italiani impongono un ripensamento dei portafogli. FocusRisparmio lo ha intervistato.
Qual è la sua lettura della situazione italiana? C’è davvero da temere gli sviluppi della crisi istituzionale mettendo in conto ulteriori aumenti dello spread, o alla fine – così come la Realpolitik fondata sugli interessi del paese e sulla realtà internazionale prevalse in Grecia nel post-referendum sul piano UE – anche in Italia le soluzioni politiche saranno improntate a un maggiore equilibrio?
Nel 2001 l’Argentina ha fatto un default da 100 miliardi, che oggi fa quasi sorridere, e per 15 anni non ha potuto far altro che condurre l’economia secondo una logica di “quello che incassi, spendi”. È questa la situazione dei paesi debitori che fanno default. Essendo l’Italia debitrice netta, non c’è molto spazio per fare i fenomeni, e aver inserito nella prima bozza del contratto di governo la richiesta di write-off alla Bce per 250 miliardi è stato clamoroso. La Grecia ha poi abbassato la testa e stretto i cordoni. E non si parla abbastanza di quello che hanno fatto Portogallo e Irlanda, paesi che hanno davvero messo in campo poderose misure di risanamento dei conti.
I rischi sono concreti per gli asset italiani?
Assolutamente sì. Per 50 giorni i mercati hanno sonnecchiato, l’Italia era la migliore Borsa europea e nessuno toccava i Btp. Negli ultimi dieci giorni abbiamo visto ribassi e allargamento degli spread. Prima delle elezioni mi ero coperto contro il rischio che una delle forze antisistema facesse il 40%, e in un primo momento questa copertura mi è anche costata ma da quando è cominciata la vera fase di nervosismo dei mercati ha iniziato a dare i suoi frutti. La situazione è obiettivamente delicata.
Con spread in aumento e prezzi in calo, si potrà guadagnare sul Btp italiano se il paese uscisse dall’impasse preservando allo stesso tempo la posizione-chiave che occupa in Europa?
Aspetterei a investire in Italia, credo che non sia ancora assolutamente giunto il momento di comprare Btp. Il debito greco oggi rende il 4,4% a dieci anni, noi siamo intorno al 2,5% – mancano un paio di punti ma abbiamo già sorpassato Portogallo e Spagna. La situazione è complessa, ma mi auguro che alla fine il buonsenso prevalga sulla retorica populista.
Oltre all’ampliamento dello spread tra Italia e Germania, la specificità della situazione italiana giustifica anche quello che si sta registrando rispetto a Spagna e Portogallo?
Senz’altro. In questi anni il Portogallo ha abbassato il rapporto debito/Pil ed è stato premiato dal mercato. L’Italia non è messa male dal punto di vista del deficit corrente, ma la mole del debito è davvero un tallone d’Achille e va ridotta, non aumentata. Per anni abbiamo pagato pochissimi interessi sul debito pubblico. Una qualsiasi azienda, avendo a disposizione un Ebitda positivo, userebbe gli utili per abbassare il suo indebitamento oppure per realizzare investimenti che ne incrementino il fatturato. Perché lo Stato-Italia dovrebbe fare eccezione?
Qualora il debito pubblico italiano dovesse subire un downgrade al di sotto dell’investment grade la Bce, come da statuto, non potrebbe più comprare titoli di Stato italiani. Quanto è concreto questo rischio?
Se dovessimo prestare attenzione alla lettera delle regole, sarebbe catastrofico. Con i regolamenti di fondi pensione, assicurazioni e banche che prevedono un tetto massimo di titoli non-investment grade, assisteremmo a un fortissimo sell-off di titoli italiani. È chiaro che a quel punto a Bruxelles e Francoforte chiuderebbero un occhio o cambierebbero le regole pur di evitare questo outcome, perché il debito pubblico italiano è troppo grande per gestirlo altrimenti. Inoltre non dimentichiamo che la Bce ha sì comprato i titoli, ma lasciandoli nelle banche centrali dei vari paesi: è la Banca d’Italia che detiene i Btp acquistati dall’Eurotower. Per questo si parla spesso di effettiva cristallizzazione del debito. Ogni regolamento reca in sé un grado di flessibilità. Ma sicuramente, così com’è oggi, il debito italiano non è sostenibile.
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