Fed, si alza il sipario su Powell. I gestori: “Un falco cauto, in attesa di spiccare il volo nel 2019”
22 marzo 2018
di Eugenio Montesano
3 min
Comincia l’era di Jerome Powell, che alza i tassi dei fondi interbancari portandoli tra l’1,50% e l’1,75%. Per ora l’agenda del 2018 non cambia, ma si prevedono strette “graduali ma più ampie” fino al 2020. Le reazioni dei gestori.
Nella sua prima uscita da chair della banca centrale americana, Jerome Powell ha annunciato ai mercati globali il primo rialzo dei tassi dei Fed fund del 2018: il costo del credito interbancario overnight, a brevissimo termine, sale di un quarto di punto all’intervallo 1,50-1,75% (dall’1,25%-1,50%).
Comunicato in linea con le previsioni dunque, con il comitato dei presidenti delle Fed locali che ha anticipato un totale di tre aumenti nel 2018. Si prevedono altri due rialzi, fino al 2-2,25%, ma le parole di Powell – che ha alzato le stime per il Pil 2018 da 2,5 a 2,7% intravedendo miglioramenti anche nel 2019 (da 2,1% a 2,4%) – sono apparse moderatamente da falco alla maggior parte degli osservatori, almeno nel medio termine.
Il neopresidente ha aperto a ulteriori rialzi dei tassi, “graduali ma più ampi” almeno fino al 2020, pur segnalando possibili rischi da improvvisi aumenti del costo del denaro. Le attese per il 2019 sono state alzate a tre dalle due indicate fino a ora: la mediana delle previsioni sul futuro andamento dei tassi ufficiali misurata dai “dot plot” – i grafici a pallini con le intenzioni di voto dei governatori – punta al 2,75-3% segnando un rialzo in più rispetto a dicembre scorso, quando indicava il 2,75%.
“Il mercato del lavoro rimane forte e l’inflazione è vista in crescita nei mesi a venire, per poi stabilizzarsi attorno al target del 2% nel medio termine”, ha spiegato Powell. L’economia americana continua a crescere e dovrebbe beneficiare degli stimoli fiscali voluti da Donald Trump, con i dazi che “per ora non cambiano l’outlook Usa”.
La reazione dei mercati ha visto azioni e bond andare in direzioni opposte. Gli indici a Wall Street hanno finito in lieve ribasso con l’S&P 500 che ha cancellato il massimo intraday di 0,82% per chiudere poco sotto la parità a -0,18%. Il dollaro ha risentito dell’annuncio, con l’indice Bloomberg Dollar Spot in calo dello 0,89%. Al contrario, i Treasury a breve termine hanno avuto un po’ di tregua con i rendimenti sui bond a due anni in calo di 4,5 punti base al 2,3% per via del fatto che la Fed non ha segnalato la possibilità di un quarto rialzo già quest’anno, come atteso da vari analisti.
E i gestori di fondi come hanno digerito le decisioni della Federal Reserve?
Powell più falco del previsto
Il rialzo di marzo era previsto, ma le sorprese sono tutte nei dot plot spiegano gli specialisti di State Street.
Sophia Ferguson, gestore active fixed income and currency di State Street Global Advisors
Sophia Ferguson, gestore active fixed income and currency di State Street Global Advisors: “I recenti miglioramenti delle prospettive economiche hanno determinato uno spostamento verso l’alto dei dot plot, con la mediana che riflette le aspettative per quattro aumenti nel 2018, tre aumenti nel 2019 e due aumenti nel 2020. Sarà importante osservare se le proiezioni saranno prezzate dai mercati con maggiore aggressività rispetto alle intenzioni della Fed”.
Michael Metcalfe, responsabile globale delle strategie macro di State Street Global Markets
Michael Metcalfe, responsabile globale delle strategie macro di State Street Global Markets: “La stretta era prevista ma il diavolo è nei dot. La revisione al rialzo delle previsioni di crescita non è stata una sorpresa ma, dati i bassi livelli di inflazione, gli ulteriori aumenti previsti per il 2019 e oltre sono più aggressivi del previsto. Forse il dato potenzialmente più perturbante per il mercato è lo spostamento verso l’alto delle proiezioni a lungo termine del tasso dei Fed fund, in quanto ciò getta dei dubbi sul livello massimo a cui giungeranno i tassi se l’economia procede lungo il percorso previsto dalla Fed”.
Antoine Lesné, responsabile di strategia e ricerca per l’area EMEA di SPDR Etf
Antoine Lesné, responsabile di strategia e ricerca per l’area EMEA di SPDR Etf: “Nella sua prima uscita da presidente della Fed Jerome Powell è sembrato più “falco” del previsto. Il dot plot della Fed non è stato rivisto per il 2018, ma presenta tre strette nel 2019, uno scenario che se rispettato spingerebbe i tassi a breve al 3,25% entro la fine dell’anno prossimo – un valore molto più alto dell’atttuale rendimento del Treasury decennale che potrebbe appiattire la “pancia” della curva (il segmento dei tassi relativo al medio-lungo termine, ndr) in modo aggressivo. I mercati hanno reagito con moderazione, con le banche americane che potrebbero emergere come i potenziali beneficiari” della politica monetaria di Powell.
Nel segno di Janet
James Athey, senior investment manager di Aberdeen Standard Investments, riflette sulle prospettive di medio-lungo termine del ritmo della normalizzazione annunciata da Powell.
James Athey, senior investment manager di Aberdeen Standard Investments
Il nuovo presidente della Fed continua sulla strada già intrapresa dal suo predecessore. Quello di ieri è stato un rialzo molto ben segnalato, come ormai i mercati erano stati abituati ad attendersi. Ma quello che troviamo davvero interessante è che la Fed prevede da qui in avanti una serie di rialzi leggermente più aggressivi e tassi di interesse più elevati rispetto a quanto pianificato in precedenza.
Evidentemente, l’effetto di lenta ma continua crescita della forte economia statunitense inizia a tradursi in una posizione più rialzista della Fed. Un quadro che probabilmente spingerà un rafforzamento del dollaro e un indebolimento dei Treasury.
Powell l’equilibrista mette il freno alla volatilità
“La vera domanda riguardava il numero dei rialzi: 3 o 4 nel corso del 2018?” osserva Marco Palacino, managing director per l’Italia di BNY Mellon IM, secondo cui la cautela del neopresidente Fed è la migliore risposta ai venti contrari sui mercati.
Marco Palacino, managing director per l’Italia di BNY Mellon IM
Powell è stato cauto. Da un lato ha mitigato le aspettative sulle misure più aggressive, confermando tre rialzi quest’anno. Dall’altro, ha rilasciato commenti positivi sia sullo stato della crescita dell’economia, sia – fattore meno scontato – sull’andamento dell’inflazione. Inoltre, ha aumentato le aspettative sul livello dei tassi nel lungo periodo dal 2,75 al 2,9%, prospettando tre nuove strette sia nel 2019 sia nel 2020.
Oggi i mercati hanno aperto in lieve calo, ma non ci aspettiamo una reazione brusca. Ciò premesso, è probabile invece un ritorno strutturale della volatilità sui mercati, connesso sì alla stretta monetaria ma anche a rischi geopolitici e normativi, dopo un periodo di calma piatta determinato dall’effetto dei tassi zero e dall’eccesso di liquidità a basso costo in circolazione, tali da sostenere gli indici a prescindere da dati fondamentali e timori di shock esterni.
Le politiche della Fed, secondo i nostri esperti obbligazionari, sono coerenti con un livello di rendimento dei titoli del Tesoro USA compreso tra il 3% per le scadenze più brevi e il 3,4-3,6% per i governativi a 10 e 30 anni. La curva resterà poco inclinata, salvo il caso di un picco dell’inflazione che potrebbe determinarne un irripidimento. Crediamo comunque che non ci siano le condizioni per un livello di inflazione preoccupante.
Nonostante i timori legati al dollaro debole e allo spauracchio dei dazi, il responsabile delle gestioni patrimoniali dell’istituto fiorentino punta sui listini continentali e del Sol Levante. Bond da maneggiare con cautela, in attesa della prima di Powell alla guida della Fed
Punto di flesso del mercato ribassista o opportunità per un «buy the dip»? Philip Saunders, corresponsabile del multi asset di Investec Asset Management, illustra le strategie di lungo termine e le allocazioni tattiche di breve per reagire all’aumento della volatilità.
“Altri due aumenti dei tassi saranno sufficienti a procurare molti problemi sui Treasuries e sui mercati finanziari, con evidenti ulteriori implicazioni restrittive per l’economia reale”, spiega Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund.
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