Ecco come il made in Italy trascinerà i mercati private
Nicola Riello spiega a FocusRisparmio perché i mercati private, debt ed equity, continueranno a dare soddisfazioni agli investitori che scelgano le eccellenze tricolori
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L’effetto Covid non risparmia neppure gli investitori facoltosi. Se infatti con la pandemia si sono registrati un’impennata della propensione al risparmio delle famiglie e un relativo aumento della liquidità, anche coloro che possiedono grandi patrimoni fanno fatica ad investire. Lo rivela l’ultimo rapporto Aipb-Capital Group realizzato da Ipsos, ‘Il mondo dopo la pandemia’, stando al quale nel mondo private il 93% vorrebbe investire, ma fa fatica a contestualizzare l’orizzonte temporale, che resta spesso molto breve. Cresce però l’interesse verso gli strumenti che puntano sull’Italia e la sua economia e verso la sostenbilità, interesse che sale con l’aumento del patrimonio da investire.
Nel 2019 il 52% degli intervistati era pronto a immobilizzare parte del proprio capitale per almeno 10 anni, l’anno scorso invece la percentuale si è ridotta tornando ai livelli del 2018, al 35%, e si dice pronta a investire una cifra tra l’11% e il 20% del proprio portafoglio. Due i principali orientamenti che emergono dall’indagine: da un lato investire per tutelare il proprio futuro, dall’altro per gestire una situazione emergenziale. L’86% del campione indica infatti la tutela della famiglia per il futuro, sul piano della salute, della vecchiaia, dell’educazione dei figli, quale priorità d’investimento, cui segue, con l’82% delle preferenze, la volontà di risparmiare per avere denaro in caso di emergenza.
Anche gli obiettivi di fondo che regolano la natura degli investimenti hanno visto nell’anno della pandemia una certa polarizzazione. Dai dati si nota infatti che mediamente la clientela private si divide in due blocchi: il 39% punta agli investimenti come a uno strumento per preservare il patrimonio così da poterlo poi trasmettere; mentre per il 35% si tratta di uno strumento per mantenere l’attuale tenore di vita. Diversamente dai patrimoni più elevati (31%), per quelli sotto il milione di euro gli investimenti rappresentano soprattutto uno strumento per difendere il tenore di vita acquisito (37%). Tra coloro che hanno patrimoni superiori al milione di euro, inoltre, prevale un certo interesse a investire per migliorare eventuali aspetti delle proprie imprese. E anche il 39% degli imprenditori punta a investire per la propria attività.
Sui tipi di investimento emerge invece una differenza sostanziale sia in base al patrimonio, sia in base all’età. Il 28% di chi è sotto i 55 anni punta a investire per accrescere il patrimonio, mentre la maggioranza relativa (46%) di chi ha più di 55 anni preferisce muoversi per preservare il proprio patrimonio nel tempo.
Approfondendo l’analisi all’interno del mondo private e tra chi intende impegnare risorse a lungo termine, emergono alcune differenze: il 65% di questo segmento si dice favorevole agli investimenti in economia reale, percentuale che sale a 71% tra chi ha patrimoni superiori al milione di euro. Analogamente per l’atteggiamento verso investimenti socialmente responsabili ed Esg: il 48% dei patrimoni bassi ha mostrato interesse, contro il 62% di chi ha patrimoni più consistenti. La polarizzazione si conferma anche tra chi preferisce la liquidità e chi gli investimenti (il 23% preferisce non investire mantenendo la liquidità). Passando al target degli investimenti, ci sono due aspetti significativi che illustrano bene queste divisioni. La fetta più grossa (43%) di chi ha patrimoni sotto il milione di euro, in questa fase, preferisce investire in prodotti che garantiscano il proprio capitale, anche se i rendimenti non sono elevati. Tra chi ha un patrimonio più elevato, invece, prevale una maggiore frammentazione, con ben il 25% che manifesta un interesse maggiore per gli investimenti innovativi.
“In Italia abbiamo una classe imprenditoriale che ha dato prova di grandissimo coraggio conquistando nuovi mercati e portando le eccellenze italiane nel mondo”, ha commentato Saverio Perissinotto, Vicepresidente Aipb e amministratore delegato di Eurizon. Il manager sostiene che per ciò che riguarda le scelte d’investimento “talvolta l’eccesso di cautela sembra essere predominante, infatti, in un contesto di tassi a zero è opportuno orientarsi sempre più verso un’asset allocation diversificata inserendo gradualmente nei portafogli componenti di rischio. Altresì è necessario che ci sia una maggiore consapevolezza finanziaria e in questo senso l’associazione private banking ha fatto un grande lavoro divulgativo. Ciò nonostante la ricerca Ipsos evidenzia che l’81% dell’asset allocation dichiarata è in liquidità, una percentuale eccessiva, frutto ancora di un errato approccio agli investimenti e di una confusione tra volatilità e rischio. L’investitore deve avere la consapevolezza che il tempo è il suo miglior alleato e se sposa un orizzonte di medio periodo può far combaciare l’allocazione del proprio patrimonio agli obiettivi di rendimento”.
Il 2020 ha però mostrato anche segnali interessanti su come cambiano i driver d’investimento. In primo luogo, è calata l’attenzione alla rischiosità, che rimane primo driver, ma perde quattro punti sul 2019 passando dal 32% al 28%. Cresce l’interesse a investire per lo sviluppo dell’Italia dal 15% al 17%. A questi driver si affianca poi un 22% di persone che vuole investire su attività che abbiano un impatto positivo su ambiente e società mettendo il rendimento in secondo piano, un dato significativo, ma che non registra crescite rispetto all’anno scorso. Tra i driver d’investimento il rischio lascia spazio alla solidità del proponente e al sostegno al Paese. La responsabilità sociale conferma il suo peso.
Da una prospettiva più generale, ci sono due punti fondamentali sui quali gli italiani sono concordi: giovani e welfare. Come mostra la rilevazione del Rapporto AIPB-Capital Group, realizzato da Ipsos, alla domanda su quali siano gli interventi più importanti da attuare in Italia, il 54,5% dei rispondenti pensa che sia prioritario offrire maggiori opportunità di lavoro e realizzazione ai giovani. Il 48%, invece, sente la necessità di avere un sistema sanitario più efficiente e moderno, segno che la sanità debba essere uno dei perni su cui ruota il welfare italiano.
L’emergenza sanitaria ha ulteriormente messo in evidenza anche l’importanza di un’economia circolare, di un sistema sostenibile e resiliente, di scelte più ecologiche. La sensibilità verso questi temi è anche un fattore generazionale: cresce al diminuire dell’età. L’attenzione al comportamento sostenibile appare più un criterio per i comportamenti d’acquisto che per l’investimento. Il 53% degli italiani, infatti, ha dichiarato di porre maggiore attenzione al comportamento sostenibile delle aziende da cui acquista i prodotti o i servizi rispetto a 2-3 anni fa, mentre solo il 36% ha dichiarato di fare lo stesso quando pensa ai suoi risparmi e investimenti.
Per metà della clientela private gli Esg sono una tematica nota, ma non necessariamente affrontata in termini professionali di investimento. Il 46%, infatti, non li conosce e un altro 46% li conosce ma non ha ancora parlato con nessun professionista al riguardo e solo l’8% li conosce e ne ha parlato con il proprio consulente/referente bancario e li possiede. Anche al di fuori dell’ambito del Private Banking, gli investimenti Esg sembrano godere di sempre maggiore popolarità.
I dati suggeriscono infine che la conoscenza e la sensibilizzazione degli investitori sul tema Esg potrebbero essere l’antidoto al “shorterminismo”, la prospettiva di breve periodo di cui sono affetti gli investimenti Sri. Per esempio, emerge che molti non riescono a percepire gli investimenti Esg come prodotti finanziari veri e propri. In aggiunta, chi investe spesso fatica a trovare soddisfazione al proprio desiderio di generare un impatto sociale e ambientale positivo, quindi uno degli aspetti su cui agire in futuro potrebbe essere la forma di comunicazione delle iniziative Sri e in particolare gli effetti che sono in grado di creare. “La sfida per il Private Banking è dunque quella di aiutare i clienti a non vedere solo le incertezze, ma guardare ben oltre il presente e uscire da questo tempo sospeso”, conclude il rapporto.
Sul tema degli investimenti sostenibili Perissinotto ha evidenziato “i criteri Esg non sono una moda ma uno dei trend principali che continueranno a caratterizzare il mondo finanziario. L’industria dell’asset management si è mossa da tempo su questo fronte e sta facendo un grande lavoro, il mondo della distribuzione deve agire per diffondere maggiormente questa cultura anche nei confronti della clientela private. Un ulteriore passo in questa direzione è l’introduzione del Regolamento (UE) 2019/2088 (SFDR), che ha l’obiettivo di rafforzare e uniformare la tutela nei confronti degli investitori introducendo nuovi obblighi informativi e di trasparenza per gli operatori finanziari sulle modalità di integrazione dei fattori di sostenibilità nelle scelte d’investimento”.
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