È l’opinione di Le Menestrel (La Financière de l’Echiquiere), che sottolinea: “Il mercato sta sovrastimando il rischio, perché nessuno si aspettava, dopo la Grecia, un’altra situazione di potenziale break up di euro e Unione come quella che ha scatenato l’Italia
Didier Le Menestrel, presidente de La Financière de l’Echiquiere (LFdE)
L’Ue non è a rischio – nonostante l’Italia – e non ci sarà recessione, almeno nel 2019. Ne è convinto Didier Le Menestrel, presidente de La Financière de l’Echiquiere (LFdE), intervistato da FocusRisparmio.com a Parigi, a margine dell’evento di presentazione della strategia triennale. “Il mercato sta sovrastimando il rischio, perché nessun si aspettava, dopo la Grecia, un’altra situazione di potenziale break up di euro e unione come come quella che ha scatenato l’Italia”, dice Le Menestrel che è convinto che “l’unico player globale per l’Europa resterà la Bce e che l’Unione non sia a rischio”. Nel frattempo però gli investitori esteri, specie quelli americani, hanno provocato pesanti deflussi sull’equity del Vecchio Continente. Non LFdE, che continuerà a investire nell’area “perché non c’è nessuna ragione per cui l’Europa dovrebbe finire in recessione”.
Tuttavia, le previsioni macro contano fino a un certo punto per questa piccola boutique che, nel processo di aggregazione dell’assetto management, punta a rimanere tale e ad aumentare le masse gestite del 30% a 15 miliardi nel triennio. “Noi siamo stock picker, non macro economisti – continua Le Menestrel – Punteremo in maniera tattica sui titoli value, e sui ciclici. Inoltre, guardiamo con interesse il digital, soprattutto quando offre prodotti e servizi innovativi inseriti in un megatrend di sviluppo positivo. E, ancora, pensiamo che il lusso possa dare grandi soddisfazioni”.
Per quanto riguarda l’Italia, non compaiono nelle top holding posizioni di titoli domestici: “Siamo usciti perché i prezzi sono saliti troppo, e non per il rischio politico. Siamo pronti a esporci al Paese attraverso i Pir: crediamo che ci siano delle small cap, eccellenze italiane, capaci di performare molto bene. Tra i titoli più interessanti, direi che figurano Moncler, TechnoGym, Ferragamo e UniCredit, su cui abbiamo avuto esposizioni anche rilevanti. Siamo usciti con i prezzi ai massimi, ma siamo pronti a rientrare quando si presenterà un entry point interessante”.
Al momento la strategia di LFdE si fonda sull’investimento nelle best in class, su aziende con una capitalizzazione di almeno 10 miliardi, vendite superiori ai 5 miliardi e prospettive di crescita dell’8% l’anno. LFdF investe anche in megatrend come digitalizzazione, sviluppo dei mercati emergenti e intelligenza artificiale. E ha due fondi Esg che sono una parte importante delle masse gestite. “Nel 2019 miriamo a integrare i criteri Esg in tutte le posizioni che entreranno nei fondi – spiega l’analista Coline Pavot – Introdurremo criteri più stringenti per quanto riguarda le esclusioni, aggiungendo carbone, armi e tabacco, e assegneremo un rating di sostenibilità a tutti i titoli, tenendo i riflettori accessi sui casi controversi, grazie a un Consiglio permanente dei nostro vertici per valutare se promuovere o bocciare l’azienda”.
L’attività di LfdE non si limita all’assessment, che viene fatto in house per i due fondi specializzati e per le small cap; per il resto dei titoli LFdE si occupa della governance direttamente e in partnership con Msci Research degli aspetti sociali e ambientali. Ma si spinge ad azioni molto incisive che “prevedono incontri continui con il management e il proxy voting per condizionare positivamente il processo decisionale in maniera da renderlo virtuoso: fare Sri nel mondo dei big data è diventato complesso. Perché tutti hanno accesso ai dati e per questa ragione tutte le aziende cercano di dotarsi di una politica Sri che non necessariamente corrisponde a una strategia profonda”. Anche nei fondi Sri l’Italia figura molto poco: c’è una sola posizione su Prysmian, ma non nelle top holding.
Un’ulteriore mossa negativa sui rating dello Stivale non può essere esclusa. Il piano fiscale del governo prevede solo una stabilizzazione del rapporto debito/Pil, non lasciando spazio fiscale per rispondere ad eventuali shock