Il rallentamento cinese non spaventa gli esperti
I gestori sono cautamente ottimisti sulla crescita economica di Pechino e sulla tenuta dell'equity, convinti che le autorità del Paese avvieranno misure di stimolo
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Il 2020 si apre con l’accordo commerciale di primo livello tra Usa e Cina, dopo l’estenuante guerra commerciale del 2019. La firma è arrivata tra Trump e un’alta delegazione cinese guidata dal vicepremier Liu He, senza però la presenza del presidente cinese Xi Jinping che si è limitato ad inviare un messaggio.
L’accordo di primo livello prevede la riduzione di alcuni dazi da parte Usa e la non implementazione di altri minacciati a partire dallo scorso dicembre, a fronte dell’impegno cinese di procedere ad acquisti di maggiori beni e servizi Usa pari a 200 miliardi di dollari in due anni, secondo il seguente schema esplicitamente contenuto nelle 85 pagine dell’accordo Usa-Cina. Circa il 40% sono rappresentati da prodotti manifatturieri, ma molto rilevante è anche la quota di prodotti agricoli e del comparto energetico.
“Di fatto in questo accordo non vengono affrontati i nodi più spinosi che riguardano soprattutto il sistema di sussidi alle società cinesi e la ripresa di regolari attività commerciali tra aziende cinesi (Huawei in testa) e quelle Usa”, commenta Antonio Cesarano, Chief global strategist di Intermonte Sim. In altri termini, l’impressione dell’esperto è che si tratti di un accordo che sancisce una sorta di tregua armata, “visto che gli Usa hanno tenuto a sottolineare come l’avvio della fase due sarà subordinata alla verifica del rispetto degli accordi dal lato cinese, una verifica che potrebbe estendersi anche oltre le prossime presidenziali di novembre”.
Stando all’interpretazione dello strategist di Intermonte Sim, l’accordo può essere interpretato come la “fine dell’inizio” di una guerra commerciale che potrebbe ancora durare a lungo, con eventuali colpi di scena nel corso del 2020, soprattutto nel caso in cui la Cina non rispettasse in modo adeguato gli impegni.
“Dal lato Usa, Trump potrà utilizzare le aspettative più o meno forti su un accordo di secondo livello per cercare soprattutto di agire sulla dinamica dei mercati finanziari e, in ultima istanza, sull’effetto ricchezza dei consumatori/elettori Usa”, sostiene Cesarano.
Intanto l’attenzione di economisti e analisti internazionali continua a concentrarsi sulla Cina e sulle capacità della sua economia di mantenere il passo con quanto fatto negli scorsi anni.
Venerdì 17 è atteso il dato preliminare sul Pil del 2019, atteso chiudersi per la Cina con una crescita media poco al di sopra del 6%. Il 2020, come già anticipato anche dal board dei consiglieri economici cinesi, dovrebbe attestarsi nel range 5,5/6%, ossia in lieve rallentamento.
“Gli ultimi indicatori anticipatori segnalano un rallentamento più marcato del comparto manifatturiero delle grandi aziende, ossia quelle più esposte all’impatto della guerra commerciale, mentre meno forte è l’incidenza per le aziende più piccole dello stesso comparto. In migliore stato di salute invece il comparto servizi, un trend che, del resto, è emerso anche in tutto il mondo sviluppato, come logica conseguenza del fatto che la guerra commerciale tende a penalizzare soprattutto i produttori di beni piuttosto che di servizi”, spiega Cesarano.
Sul fronte valutario, passato il picco di tensioni relative alla guerra commerciale di agosto scorso – tradottosi in un forte deprezzamento dello yuan contro il dollaro Usa fino a quota 7,20 –, il progressivo sgonfiamento delle tensioni ha riportato la valuta dell’ex Impero Celeste a quota 6,88 un livello, secondo Cesarano, di quasi equilibrio tenendo conto dei danni che i due contendenti si sono inferti (stimabili in circa 75 miliardi di dollari, ndr) tramite dazi reciproci con l’aggiunta dell’impatto della svalutazione dello yuan da parte della Cina. La valuta cinese infatti quotava intorno a 6,30 contro il biglietto verde quando a metà del 2018 emersero i primi sintomi di tensione.
Di fatto le autorità del paese mettono in conto la possibilità di un rallentamento rispetto al 2019 e per questo nel 2020 gli esperti si aspettano che la Cina potrebbe intensificare manovre di supporto ai consumi per cercare di rivitalizzare la crescita.
Tuttavia, le manovre che verranno attuate nel 2020 saranno probabilmente strutturate in modo tale da manifestare effetti soprattutto nel corso del 2021, un anno importante per il paese nel corso del quale si celebrerà l’anniversario in corrispondenza del centenario della fondazione del partito comunista.
