I fondi income piacciono a investitori e consulenti
Un quarto dei portafogli degli advisor è investito in prodotti income. I clienti apprezzano la generazione di reddito ma solo 4 su 10 hanno familiarità con questi fondi. La ricerca Invesco
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Poco tolleranti al rischio, focalizzati più sulla conservazione del capitale che sulla generazione di reddito e sempre più attenti a risparmiare per la pensione. È la fotografia degli investitori italiani che emerge dall’indagine Invesco “Alla ricerca dell’income”, realizzata da CoreData Research, dalla quale spicca anche l’importanza dei consulenti finanziari, ritenuti un supporto fondamentale dalla maggior parte degli intervistati.
La ricerca ha coinvolto un campione di investitori composto per il 55% da uomini e per il 45% da donne, di cui la maggior parte nella fascia di età compresa fra i 45-54 anni (36%), con un patrimonio investibile per circa quattro su dieci (41%) fra 50 e 100.000 euro. Tra questi, il 44% si avvale spesso del supporto di un consulente finanziario, mentre il 36% utilizza la consulenza solo occasionalmente.
Dai numeri emerge che poco meno della metà (49%) degli investitori si classifica come tollerante al rischio. Un dato in contrasto con il punto di vista dei consulenti, stando ai quali invece solo un terzo degli investitori ritiene di avere un’elevata propensione al rischio. Per gli italiani, gli obiettivi di investimento più importanti sono nell’ordine: generazione di reddito (53%), sicurezza (50%) e conservazione del capitale (42%). Anche in questo caso, il dato si discosta dall’opinione dei professionisti, secondo cui per i loro clienti l’obiettivo principale è invece la conservazione del capitale e non il reddito.
Dalla ricerca emerge anche una solida svolta. Gli ultimi tre anni hanno infatti portato alla ribalta l’importanza del risparmio per la pensione. Sebbene tre anni fa la pensione fosse già considerata una priorità dal 45% degli investitori, oggi ben il 59% la ritiene il suo obiettivo principale. La maggior parte degli obiettivi presi in esame dall’indagine (costruire un fondo di emergenza, generare un reddito per le spese correnti, risparmiare per l’istruzione dei figli, lasciare un’eredità) sono classificati in modo simile, sebbene in particolare l’importanza della spesa discrezionale sia diminuita (23% dal 31% di tre anni fa).
La principale preoccupazione degli investitori italiani (59%) continua ad essere la pandemia. A seguire c’è il timore di una recessione globale e di un aumento delle tasse (40%). Si tratta di timori interconnessi fra loro, poiché mentre l’economia e i governi globali stanno cercando di risollevarsi da una crisi senza precedenti, la pandemia potrebbe determinare delle flessioni economiche e un appesantimento fiscale.
Tutto questo però non si traduce in paura e pessimismo, anzi. Sebbene la maggior parte non si aspetta che la propria situazione finanziaria migliori nei prossimi tre anni (il 38% ha dato una risposta neutra, il 18% non crede che si troverà in una situazione migliore e il 44% è più ottimista in questo senso), il 39% afferma comunque che la propria situazione finanziaria è migliorata rispetto a tre anni fa.
Quattro investitori su 10 (41%) sentono quindi la necessità di investire in attività che generano rendimenti più elevati, ma l’avversione al rischio è forte per circa un quarto degli investitori, dato che il 26% preferisce tenere i propri risparmi in contanti. Sebbene la pandemia sia una preoccupazione molto sentita, non sta paralizzando gli investitori dall’essere attivi sul mercato: solo il 17% dichiara che non investirà più denaro finché il Covid non sarà maggiormente sotto controllo.
In tutto questo, gli investitori italiani ritengono fondamentale il supporto dei consulenti finanziari. Il 60% li considera infatti come la più importante fonte di informazione delle loro decisioni di investimento. Alcuni si rivolgono poi a fonti online (14%), seguite dalle case di gestione o dai provider di prodotti finanziari. (9%). Gli investitori retail sono spesso influenzati dalle opinioni di amici e familiari, tuttavia quest’aspetto sembra essere sempre più marginale, dato che solo l’8% afferma che la propria cerchia sociale è una fonte importante di informazioni.
Un rapporto, quello tra investitore e consulente, che oltre ad essere fondamentale è anche forte. Ben il 31% del campione si tiene infatti in contatto su base mensile e un ulteriore 45% che comunica su base trimestrale. In termini di canali di comunicazione, gli investitori prediligono il telefono (61%), seguito dagli incontri in presenza (59%) e dalle e-mail (51%). Le riunioni in presenza sono la successiva modalità più richiesta (59%), seguite dalle e-mail (51%). Nonostante la proliferazione delle videochiamate negli ultimi 18 mesi, solo il 15% comunica con il proprio consulente in questo modo.
Per informarsi, la maggior parte degli investitori (46%) naviga sui siti web indipendenti dedicati agli investimenti. Molti sono anche interessati alla leadership di pensiero dei provider o dei gestori (40%) e ai white paper (34%), mentre circa un terzo consulta riviste specializzate (32%) e siti web dei gestori (28%).
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