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L’indagine di Morningstar rileva che nel mondo i costi sono in calo. In controtendenza il nostro Paese. Australia, Olanda e Usa i più virtuosi
Un primato che pesa. Mentre spese e commissioni dei fondi comuni continuano a scendere in tutto il mondo, l’Italia tra i Paese al mondo dove i sottoscrittori pagano di più. Come noi solo Taiwan . È quanto emerge dalla settima edizione del report biennale “Global investor experience” di Morningstar, che passa al setaccio 26 mercati fra America del Nord, Europa, Asia e Africa.
La sezione del report dedicata alle spese analizza e confronta i costi ricorrenti che un sottoscrittore di fondi comuni (Etf esclusi) deve sostenere nei vari angoli del mondo, prendendo in considerazione le commissioni di gestione, le retrocessioni e le commissioni di performance, ed escludendo le commissioni una tantum e quelle di uscita.
Nel mondo i costi calano
Stando all’analisi, in Italia i costi mediani ponderati per il patrimonio non sono cambiati molto rispetto al 2019, data dell’ultimo report, in controtendenza con la maggior parte degli altri Paesi dove invece si sono ridotti. Nel dettaglio, sono ben 17 gli Stati in cui l’analisi ha rilevato una riduzione per i comparti azionari e bilanciati. Un calo, secondo Grant Kennaway, responsabile della Manager selection di Morningstar, dovuto a una combinazione tra maggiori flussi verso i comparti meno costosi e revisione delle fee per molti prodotti esistenti.
La tendenza risulta evidente: in quei mercati dove gli investitori hanno accesso a più canali distributivi, l’attenzione a minimizzare le spese è maggiore.
In Italia no
L’Italia si piazza in fondo alla classifica perché gli investitori sono gravati generalmente da commissioni di retrocessione e spesso da costi iniziali di sottoscrizione. Inoltre, viene chiarito nel report, i fondi domiciliati nel nostro Paese hanno “tra i più alti costi ponderati per il patrimonio”.
Quanto alle classi di azioni senza fee di retrocessione, queste sono tecnicamente registrate da noi ma risultano difficilmente accessibili ai clienti finali perché il sistema di distribuzione è dominato dalle banche. “Nei Paesi dove la distribuzione è dominata dalle banche, non ci sono segnali che le forze del mercato da sole riescano a ridurre le spese per gli investitori retail”, spiega Kennaway, aggiungendo che tale fattispecie caratterizza in particolare Italia, Taiwan, Hong Kong e Singapore.
Il resto della classifica
In testa si confermano per la quarta volta consecutiva Australia, Paesi Bassi e Stati Uniti. Merito di una caratteristica comune: le spese correnti “unbundled”, cioè non comprensive di commissioni di ingresso, vendita o distribuzione. Usa e Australia beneficiano poi anche della grandezza del mercato che, come si diceva, favorisce la concorrenza e le economie di scala. Tutti fattori che fanno calare i costi. A favore dei Paesi Bassi ha giocato invece la regolamentazione che ha vietato le fee di retrocessione.
Al centro della classifica, cioè tra il gruppo di testa (Top) e quello di coda (Bottom) composto appunto da Italia e Taiwan, si trovano tre sottogruppi: Above averag, Average e Below average. Il primo conta Corea, Norvegia, Sud Africa, Svezia e Regno Unito. Nel secondo si piazzano Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, India, Giappone, Nuova Zelanda, Spagna, Svizzera e Tailandia. Nel terzo, Canada, Cina, Francia, Hong Kong, Messico e Singapore.
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