Draghi non delude i mercati: tassi giù e nuovo QE
La Bce porta i tassi sui depositi allo 0,5%, fa ripartire gli acquisti per 20 miliardi al mese e soccorre le banche. Le Borse approvano, rally dei bond
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Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi lascia l’ultima audizione al Parlamento europeo con un messaggio chiaro e deciso.
Nelle parole pronunciate oggi davanti agli europarlamentari riuniti a Bruxelles il numero uno dell’Eurotower ha ammesso che l’economia “ha rallentato significativamente nel corso del 2019, più di quanto stimato”.
“I recenti dati e gli indicatori prospettici, come i nuovi ordini degli export nel manifatturiero non mostrano segnali convincenti di una ripresa della crescita nel prossimo futuro e i rischi alle prospettive di crescita restano orientati verso il basso”, ha sottolineato Draghi.
Un mix di fattori che potrebbe nuocere alle economie più votate alla manifattura e all’export.
Da Draghi è arrivato un invito ai Paesi dell’area a adottare delle strategie economiche e fiscali che completino l’operato della Banca centrale di questi anni: “Serve una strategia economica coerente nell’Eurozona, che completi l’efficacia della politica monetaria”.
Per farlo il presidente Bce ha chiesto un maggiore contributo alle politiche fiscali, impossibile non leggere degli espliciti riferimenti a Germania ed Italia quando Draghi chiama in causa soprattutto quei governi “con ampio spazio nei bilanci, che dovrebbero fronteggiare il rallentamento economico con tempestività, e allo stesso tempo i governi con alti debiti dovrebbero perseguire politiche prudenti e rispettare gli obiettivi Ue”.
Assodato che la Banca centrale hanno messo sul campo tutto gli strumenti di politica monetaria non convenzionale possibili (dal QE alle operazioni di rifinanziamento a tassi zero concesse alle banche), ora Draghi suggerisce – come fa da diversi anni – la via delle riforme strutturali ai paesi membri.
I pilastri di queste riforme – secondo il presidente – devono necessariamente riguardare il sistema giudiziario, l’istruzione e la ricerca: “ogni Paese dovrebbe attuare riforme in questi settori se ha come priorità la crescita”.
Le parole di Draghi trovano riscontro nei numeri: oggi l’ISTAT ha confermato che la crescita del Pil in Italia nel 2018 è stata pari allo 0,8%, con una revisione al ribasso di 0,1 punti.
I margini di manovra concessi dallo spazio di bilancio sono dunque strettissimi e il monito di Draghi giunge proprio in una fase delicata in cui il nuovo esecutivo guidato dal premier Conte dovrà fare i conti con diverse scadenza. In vista del 27 settembre, data in cui il governo dovrà presentare in Parlamento la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (NaDef), alcuni funzionari del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) starebbero lavorando per smussare le condizioni contenute nel Def pubblicato ad aprile, nel quale Via XX settembre aveva fissato un obiettivo di deficit al 2,4% per quest’anno – poi limato al 2,04% dopo la trattativa con Bruxelles per evitare la procedura d’infrazione – e al 2,1% il prossimo.
“Dalla mia ultima audizione davanti a questa commissione lo slancio della zona euro è rallentato significativamente, più di quanto avevamo anticipato”, ha detto Draghi, chiamando direttamente in causa le ultime previsioni economiche fornite nel corso della riunione del 12 settembre scorso.
Nelle proiezioni della Banca centrale la crescita del Pil è vista a 1,1% nel 2019, meno 0,6 punti dalle proiezioni di dicembre e meno 0,1 rispetto a giugno; per il 2020 l’Eurotower stima una crescita del blocco dell’1,2%, meno 0,5 punti da dicembre e meno 0,25 punti da giugno.
Stime che sono comunque più ottimistiche di quelle fornite dall’Ocse, secondo cui la zona euro dovrebbe crescere dell’1 per cento nel 2019 e del’1,1 nel 2020. Lo stesso organo vede l’Italia in stagnazione (crescita zero) quest’anno.
