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Accolto positivamente dal mercato, ‘Team 23’ darà seguito al precedente piano per razionalizzare costi e riportare la redditività. Non mancano però le critiche
Nessuna acquisizione di peso e utili a 5 miliardi entro i prossimi quattro anni: Unicredit svela numeri e obiettivi del piano industriale che impegnerà la banca guidata da Jean Pierre Mustier fino al 2023.
L’amministratore delegato francese fa suoi i piani della banca italiana, ma non senza richiedere alla stessa alcuni sacrifici. Il piano “Team 23” svelato oggi a Londra contiene un corposo taglio alla forza lavoro di Unicredit in Europa: saranno eliminati 8.000 posti di lavoro fra dipendenti bancari e top manager e 500 filiali saranno chiuse nel corso del quadriennio.
Il tutto per riportare la banca alla redditività e dar seguito all’ambizioso piano “Transform 2019” lanciato da Mustier nel 2016 quando fu nominato amministratore delegato dell’istituto.
I dettagli del piano industriale 2020-2023 di Unicredit
Il piano industriale 2020-2023 di Unicredit prevede una crescita dei ricavi a un tasso annuo dello 0,8% a 19,3 miliardi a fine quadriennio, percentuale calcolata su ipotesi macroeconomiche molto prudenziali e su uno stringente controllo dei costi.
Fronte previsionale “Team 23” poggia su un’ipotesi di tasso Euribor a 3 mesi a fine periodo a circa -50 punti base tra il 2019 e il 2022, in rialzo a -40 pb nel 2023, mentre lato costi è stimato un calo annuo dello 0,2% fino a 10,2 miliardi nel 2023.
“La crescita dei ricavi sarà supportata da un incremento della base di clientela soprattutto facendo leva, come motori di crescita, sulle aree Cee e sulla divisione Cib (corporate e investment banking, ndr) e sul rafforzamento della leadership come banca di riferimento per le Pmi europee”, sottolinea la banca in un comunicato.
I risparmi saranno ottenuti mediante l’adozione di nuove modalità di lavoro per ottimizzare costantemente i processi, migliorare l’esperienza del cliente e ottenere maggiore efficienza. L’obiettivo è – sottolinea la banca – arrivare a un modello di ‘Banca retail paperless’ in Italia già da metà del 2020, in Germania e Austria nel 2021 e nella regione CEE entro il 2023.
Sempre sul fronte economico, l’utile normalizzato della banca, cioè al netto di eventuali elementi straordinari, è visto a 5 miliardi nel 2023. In questo contesto, l’obiettivo è generare un RoTE pari o al di sopra dell’8% per tutto il piano, con una crescita EPS aggregata pari a circa il 12% nel periodo 2018-2023. L’intenzione è di distribuire capitale pari al 40% dell’utile netto sottostante nel periodo 2020-2022, percentuale che salirà al 50% nel 2023, tra dividendi cash e riacquisti di azioni.
Bancari contro il piano “lacrime e sangue”
Per il momento la Borsa sembra premiare Unicredit, con il titolo che a Piazza Affari riesce a fare meglio dell’indice di riferimento poco dopo la comunicazione del Piano. Non tutti però sono concordi sulla bontà della strategia che penalizza i lavoratori bancari, soprattutto italiani.
Per il presidente del Fabi, Lando Maria Sileoni, il piano Unicredit è un progetto che “non guarda alla crescita, allo sviluppo e al futuro, ma ha creato le condizioni per tagliare i costi’”, riporta l’agenzia MF Dow Jones.
Con questo piano industriale “la banca è destinata a galleggiare col rischio di essere mangiata al primo passaggio di squalo”, prosegue il sindacalista, ricordando come nella nuova strategia non sia “prevista alcuna assunzione”. “Unicredit è una banca nella quale lavoratrici e lavoratori hanno già fatto molti sacrifici: gli 8.000 esuberi inseriti nel nuovo piano industriale si andrebbero ad aggiungere ai 26.650 posti di lavoro tagliati a partire dal 2007. Stesso discorso per gli sportelli”, riflette Sileoni.
Critica anche la politica
Anche la politica ha rivolto aspre critiche al piano industriale “lacrime e sangue” di Unicredit. Pietro Bussolati della segreteria nazionale del Partito Democratico ha scritto in una nota: “Il piano che Unicredit ha annunciato è una vera e propria mannaia orientata alla maggiore creazione di valore per gli azionisti, senza alcun riguardo al capitale umano dei lavoratori”.
Quello che viene digerito con maggior difficoltà dalla politica è – come riferisce Bussolati – lo sbilanciamento degli esuberi: “non è accettabile che sia l’Italia a dover sostenere la parte più consistente dei licenziamenti”, scrive il politico.