Crescere tra incertezze e innovazioni tecnologica: come leggere i cambiamenti globali e essere protagonisti nell’impresa e nella finanza
Come leggere i cambiamenti globali e esserne protagonisti. L’esempio virtuoso della Motor Valley
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Un patrimonio complessivo di 16 miliardi di euro, un portafoglio investito al 43% in società non Ftse Mib, circa 800mila sottoscrittori e un importo medio investito di 13 mila euro. Sono questi i principali numeri sul primo anno di vita dei Pir (Piani individuali di risparmio) snocciolati da Alessandro Rota, direttore dell’Ufficio Studi di Assogestioni, durante la conferenza “Il successo dei Pir: numeri e investimenti ai raggi X” che ha tenuto banco alla seconda giornata del Salone del Risparmio.
Apprezzati dai risparmiatori in particolare per i vantaggi fiscali che offrono, i Piani individuali di risparmio si sono imposti come un’innovativa fonte di raccolta di mezzi finanziari per la crescita e lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Nel 2017 hanno infatti raccolto circa 11 miliardi di euro, pari all’11% della raccolta netta dell’intera industria italiana del risparmio gestito nel corso dei dodici mesi. Un capitale a cui bisogna aggiungere anche le masse che i fondi pre-esistenti, poi diventati Pir compliant, hanno portato in dote.
I sottoscrittori, invece, sempre a fine 2017, erano 800mila (6 volte superiori alle stime iniziali del governo), con un investimento medio di 13mila euro. “La mediana degli investimenti si colloca invece a quota 10mila euro – ha fatto notare Rota – Questo vuol dire che la metà dei risparmiatori ha allocato nei Piani meno di 10mila euro. L’area intorno ai 30mila euro, che è il valore massimo investibile in 1 anno è al 17%”.
Guardando poi ai dati di portafoglio, c’è una percentuale che balza agli occhi: quel 43% investito in titoli non appartenente all’indice Ftse Mib. Un valore più che doppio rispetto al 21% fissato dalla normativa per godere dei benefici fiscali. “C’è un generale consenso sul fatto che i Pir siano uno strumento che, in questa sua prima fase, ha dato un’ottima prova di sé – ha spiegato Rota – L’impatto sul mercato azionario italiano, soprattutto sui suoi segmenti meno capitalizzati, è stato positivo. Il peso delle partecipazioni dei Pir sul flottante Mid Cap è dell’8%, per il segmento Small Cap del 6% e per l’Aim Italia del 10 per cento. Percentuali interessanti se si considera la giovane età di questi prodotti”.
Numeri che dimostrano una ripartizione equilibrato del capitale raccolto e che a detta di Matteo Zanetti, presidente del gruppo tecnico credito e finanza di Confindustria e presidente di Aim Italia, fanno ben sperare sulla crescita del tessuto industriale italiano: “I dati degli ultimi trimestri sono incoraggianti e mostrano un’Italia in crescita. Tuttavia, siamo ancora lontani dalla Germania, nostro principale competitor. Da un punto di vista della produzione, per esempio, siamo ancora 7 punti sotto i livelli pre-crisi, mentre i tedeschi stanno viaggiando 8 punti sopra. E poi c’è la dimensione media delle industrie, che rimane troppo piccola, con una media di 9 dipendenti contro i 35 in Germania. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci la sottocapitalizzazione delle nostre imprese, che rimangono fortemente legate al sistema bancario. Un sistema che deve cambiare, anche perché il credito bancario in futuro diventerà più problematico. Occorrono contromisure. E una di queste è rappresentata sicuramente dai Pir”. A testimonianza i dati sull’Aim Italia, sottolineati dallo stesso Zanetti, con 98 imprese quotate e una market cap di 5,6 miliardi. L’anno scorso, in particolare, i volumi sono aumentati del 170% e il mercato ha realizzato una performance media del 22 per cento.
Infine, Zanetti sprona le società di risparmio a creare prodotti Pir compliant che vadano più in profondità, investendo anche in imprese non quotate: “Un esempio di successo in tal senso è il bakset bond promosso da Elite. Dieci imprese si sono consorziate e hanno raccolto 122 milioni, che sono stati poi cartolarizzati. Perché allora non pensare a prodotti che investono nel capitale delle imprese con lo stesso meccanismo del basket bond? Anche perché il mondo dell’industria deve cominciare a parlare la lingua della finanza. Non a caso, come Confindustria abbiamo abbracciato il processo Elite di Borsa Italiana, in quanto avvicina le imprese alla finanza e favorisce il dialogo. L’obiettivo – conclude – è portare almeno 1.000 imprese nel mondo Elite. Oggi se ne contano 828, di cui 522 italiane. È un mondo interessante, tanto più se si considera che dal 2012 a oggi le imprese che hanno sposato il processo Elite hanno realizzato 316 operazioni di finanza straordinaria. Vogliamo e dobbiamo proseguire su questo percorso”.
