L’esperto verifica le conseguenze di scenari che oggi paiono meno probabili rispetto alle previsioni dominanti, come una vittoria democratica alle presidenziali Usa
Paul Jackson, Global Head of Asset Allocation Research di Invesco
Cosa succederebbe se al posto della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa del prossimo autunno, data oggi come scontata, dovesse vincere il candidato democratico? È questo quanto si è chiesto Paul Jackson, Global Head of Asset Allocation Research di Invesco che ha scelto di verificare sul campo le conseguenze economico-finanziarie di alcuni scenari possibili anche se, almeno allo stato, non probabili o se si preferisce, di piani B, di alternative possibili, di seconde scelte che comunque conservano un 30% di possibilità di realizzarsi.
L’esperto di Invesco evidenzia come troppo spesso ad essere trascurati sul fronte strategico siano gli scenari improbabili seppure possibili a fronte di approfondimenti delle strade maestre (percorse tuttavia dalla stragrande maggioranza degli investitori e quindi con un rendimento più modesto) o di speculazioni di scuola sulle vie impossibili da percorrere. Su queste basi diventa interessante avvicinarsi ai piani B che, proprio perché possibili ma dimenticati dati più, possono nascondere sorprendenti rendimenti.
Ne parliamo con Jackson. Prima di tutto, è bene precisare che le idee sviluppate dallo studio sui Piani B “non sono concepite per costituire un portafoglio e non rappresentano le mie convinzioni fondamentali, ma esprimono piuttosto alcune idee non allineate al consenso in merito agli scenari che potrebbero sorprenderci”, sostiene Jackson, che poi precisa: “Suggerisco agli investitori di non considerare questi scenari come raccomandazioni, bensì come spunti di riflessione per confutare le opinioni dominanti”.
Il principale scenario possibile approfondito dallo studio è legato alle elezioni presidenziali americane in agenda il prossimo novembre quando Donald Trump, presidente degli Usa correrà per un nuovo mandato, un esito che, stando ai sondaggi, appare oggi molto probabile. Ma cosa succederebbe in caso di una vittoria democratica, chiunque sia il candidato del partito dell’asinello?
“I presidenti democratici sono stati tradizionalmente associati a migliori rendimenti dei mercati azionari (sulla base dei dati disponibili dal 1853). I sondaggi di opinione danno Bernie Sanders come candidato favorito alla corsa per le presidenziali e i mercati ne sono spaventati, visto che il politico parla di reintrodurre la legge bancaria del 1933 nota come Glass-Steagall”, sostiene Jackson, secondo cui, in ogni caso, se si punta a una vittoria democratica è bene tenere presente che “ i principali candidati democratici intendono aumentare le imposte sulle società e patrimoniali, penalizzare i settori di petrolio e gas e farmaceutico, rilanciando al contempo le spese in edilizia e infrastrutture e riducendo i dazi”.
Partendo da una possibile (seppure al momento non probabile) vittoria democratica alle elezioni presidenziali Usa di novembre, Jackson ha poi immaginato un diverso svolgimento della Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico in agenda a Glasgow dal 9 al 19 novembre. “Un cambiamento alla Casa Bianca potrebbe aprire la porta a progressi” commenta l’esperto secondo cui: “sarebbe bello assistere a una globalizzazione dei sistemi di pricing della Co2 (ovvero al sistema europeo per cui il diritto di emettere anidride carbonica può essere acquistato o venduto, lasciando al mercato il compito più efficienti per ridurre le emissioni), una iniziativa suffragata già nel 2019”. In questo scenario l’esperto ipotizza che “il prezzo della Co2 possa superare i 30 euro a tonnellata nell’Unione Europea nel corso dell’anno”. Una seconda conseguenza di questo scenario “green” potrebbe essere, sempre a giudizio di Jackson, una sovraperformance dell’Msci World Sri (un indice più selettivo rispetto all’Msci World Esg) rispetto all’Msci World.
Spostando lo sguardo alle economie emergenti, lo strategist di Invesco ipotizza un’altra sovraperformance del debito pubblico sudafricano dopo quella registrata nel 2019 (anno in cui il debito sudafricano si è classificato quinto nella classifica globale dei 35 mercati dei titoli di Stato) e dei titoli russi dopo i risultati già ottenuti negli ultimi due esercizi. Più in dettaglio il Russian Depositary Index tratta a 6,9 volte gli utili attesi a fine anno e propone un rendimento del 7,5% sulla base delle stime di Bloomberg. “Riteniamo che investire in Russia sia uno dei modi migliori per intercettare le opportunità legate all’aumento del prezzo del petrolio in caso di una escalation delle tensioni in Medio Oriente” commenta lo strategist. I rischi? Per quanto riguarda la Russia i maggiori rischi che possono intaccare la concretizzazione dello scenario ipotizzato sono “un calo prolungato del prezzo del greggio alla luce della ponderazione dei titoli del settore nel mercato azionario locale e un evento geopolitico che isoli ulteriormente il Paese dal resto del mondo”. Quanto al Sudafrica per Jackson “i rischi sono molteplici: un ulteriore indebolimento dell’economia globale, con conseguenti ripercussioni negative sui mercati emergenti, il peggioramento dell’attuale bilancia delle partite correnti del Paese e l’aumento dell’inflazione a un livello stabilmente più elevato (destinati entrambi a esercitare pressioni ribassiste sul rand)”.
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