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La politica espansionistica delle Banche Centrali ha acceso l’interesse degli investitori sui private market. Si tratta di un mercato che oggi, secondo le stime degli esperti, vale poco meno di 6000 miliardi dollari, di cui 3000 investiti in private equity, 800 in debito, un miliardo nel settore immobiliare e 500 miliardi circa in infrastrutture. Un mercato che, seppure illiquido e destinato prevalentemente a un pubblico istituzionale, anche grazie alla “fame” di investimenti alternativi, presenta ancora un ampio margine di crescita.
Proprio ai mercati private, o meglio all’educazione degli investitori a questa tipologia di asset class, è dedicata la nuova proposta di LTI@UniTO (long term investor) del Collegio Carlo Alberto di Torino. Il think tank, nato dall’iniziativa congiunta di alcuni dei principali attori del mercato italiano del finanziamento a lungo termine e l’Università di Torino, ha infatti in agenda il programma di formazione direzionale Education Program in Long Term Investing al via il prossimo 16 gennaio.
E di private market, intesi come investimenti a lungo termine, ne parliamo con Francesca Cornelli, economista approdata lo scorso agosto alla direzione della Kellogg School of Management della Northwestern University e nel board del think tank. “L’investimento in private equity è, in effetti, uno degli investimenti iconici tra gli investimenti a lungo termine visto che si entra nel capitale di una impresa per influire, nel tempo e con un orizzonte decennale, su governance, strategie di impresa ed eventualmente rafforzamento internazionale per poi, una volta realizzato il rilancio, uscire auspicabilmente guadagnandoci” spiega Cornelli.
Come si fa a decidere in quale di questi mercati posizionarsi?
Il private market è un ambio ancora giovane e piccolo in cui si investe, in genere, attraverso fondi dedicati. Oltre all’equity, sta mostrando una certa vivacità il mercato del credito. La domanda è altissima e i fondi specializzati vantano sistemi molto sofisticati per la valutazione del rischio oltre che il recupero dei crediti incagliati.
Dato che le dinamiche che animano questi mercati sono leggermente diverse da quelle dei mercati regolamentati, quali sono i metodi per selezionare gli investimenti?
La selezione è complessa visto che si tratta di asset class che non sono trattate su mercati regolati e che quindi non godono di una performance evidente né di studi di analisti a copertura delle attività sottostanti. Fin troppo spesso quindi la selezione è basata sulle performance dei fondi precedenti. Ma non è detto che simili performance siano costanti nel tempo. Anzi, la ricerca ha dimostrato il contrario. Suggerisco quindi, pur tenendo conto delle performance dei fondi precedenti e dell’intuito, dello studio dello stile di investimento e della verifica di ciò che ha determinato i successi pregressi, di fondare la selezione su una analisi approfonditi delle attività sottostanti.
Quali sono i rischi impliciti in questi mercati e in che modo si possono minimizzare?
I mercati private rappresentano investimenti alternativi ad alto rischio ma anche, parallelamente, con ampie opportunità di rendimento. Per minimizzare il rischio suggerisco di diversificare investendo su fondi diversi e investire ogni anno. In questo modo infatti, considerando che si tratta di long term investment, si limita il rischio di esporsi a una singola fase al ciclo economico, un fattore quest’ultimo comunque determinante e di cui tenere conto nella selezione.
LTI@UniTO è un think tank istituito dall’Università di Torino insieme al Collegio Carlo Alberto, con il supporto di partner privati tra cui Compagnia di San Paolo, Equiter, Ersel SpA, Fondaco, Intesa Sanpaolo, Reale Group. L’iniziativa si pone l’obiettivo di affrontare e sviluppare le tematiche legate all’investimento di lungo periodo, analizzandone le caratteristiche, le prospettive e il contributo alla crescita e stabilità.
