Fed, Pimco: “Powell tagli i tassi in modo aggressivo”
"Non siamo sicuri che l'economia Usa stia andando bene come dice Powell", scrive l'economista Tiffany Wilding
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Da qualche tempo, i banchieri centrali in tutto il mondo, dalla Fed alla Bce, hanno iniziato a parlare dell’importanza di avere un target di inflazione simmetrico e di permettere all’inflazione di superare l’obiettivo, invece che gestire le politiche monetarie come se il target fosse un tetto massimo. Finora il mercato non sembra troppo impressionato, secondo Marcela Meirelles, managing director fixed income di Tcw. Infatti, non solo i rendimenti nominali dei titoli di Stato sono in calo, ma stanno diminuendo anche i tassi di inflazione impliciti. In altre parole, le curve prezzano rendimenti reali e inflazione più bassi.
“La discussione sui vantaggi di permettere che inflazione superi il target evidenzia la preoccupazione da parte dei policymaker in tutto il mondo per la mancanza di inflazione osserva l’esperta -. È cambiato molto da quando è stato adottato l’inflation targeting: la maggior parte delle economie avanzate stanno facendo i conti con pressioni deflazionarie e aspettative di inflazione bloccate su livelli bassi. Questo fenomeno è molto diffuso, anche nei Mercati Emergenti. Di conseguenza, le banche centrali sono pronte ad agire. È molto probabile che a settembre la Bce annuncerà un altro taglio dei tassi sui depositi, rendendoli ancora più negativi e che più avanti nell’anno riprenderà l’espansione del bilancio. È possibile che anche la BoJ stia considerando un taglio”.
Tuttavia, la nuova tendenza verso politiche espansive sta emergendo mentre le forze che hanno fatto calare l’inflazione sono ancora presenti e probabilmente continueranno ad esserlo. “Un tempo la Cina spingeva al ribasso i prezzi esportando prodotti a basso costo in tutto il mondo. Oggi continua a farlo, mentre il suo settore corporate cerca di ‘digerire’ l’alto livello di indebitamento e si concentra su vendite e quota di mercato piuttosto che sui margini di profitto. Altre economie emergenti asiatiche hanno occupato ogni minimo spazio lasciato libero dalla Cina nella supply chain dei prodotti di consumo a basso prezzo. Inoltre, i lavoratori continueranno ad avere un potere contrattuale limitato sugli stipendi, dato che l’unica fonte apparente di un incremento di produttività è la maggiore meccanizzazione”, prosegue la Meirelles.
Il Giappone è un esempio dell’efficacia limitata delle politiche monetarie convenzionali e non convenzionali nel generare inflazione nelle economie sviluppate, secondo l’esperta, che avverte: “L’aspetto preoccupante è che molte altre economie condividono alcune delle caratteristiche che hanno reso l’aumento dell’inflazione un traguardo sfuggente per il Giappone. Tra queste, l’invecchiamento della popolazione, ostacoli sociali ed economici alla mobilità lavorativa e al potere contrattuale dei lavoratori, leva finanziaria societaria elevata e spazio limitato per lo stimolo fiscale a causa del rapporto già alto tra debito e Pil”.
Insomma, se tutti svalutano, nessuno svaluta. Una visione più cinica è infatti che l’adozione di politiche monetarie accomodanti e la discussione sul nuovo paradigma non siano altro che tentativi da parte dei vari Paesi di indebolire la valuta, per rinforzare la competitività dell’export ed esportare la deflazione verso i partner commerciali. “Dal punto di vista empirico, effettivamente i tassi di cambio più deboli sono sempre stati collegati ad un’inflazione più elevata. Vi è però un problema: dato che la bassa inflazione è dovuta a fattori globali più che a fattori specifici per i singoli Paesi, queste politiche finiscono per essere ‘sincronizzate’ nelle diverse economie. Evidentemente, è complicato indebolire la propria valuta tramite l’easing quando tutti tentano di fare lo stesso”, sottolinea la Meirelles.
Ecco perché tutto sommato non sorprende che i mercati restino dubbiosi sul fatto che le politiche monetarie da sole siano in grado di supportare crescita e inflazione. Lo scetticismo dei mercati è catturato, ad esempio, dalla recente tendenza all’appiattimento o all’inversione delle curve dei rendimenti. “L’ovvia conclusione è che le politiche monetarie non possono bastare a far ripartire l’inflazione, senza il supporto di altre iniziative, dalle riforme orientate alla crescita, alle politiche fiscali, a negoziazioni costruttive nell’ambito delle dispute commerciali”, mette in guardia l’esperta.
“L’inflation targeting non ha funzionato in quei Paesi in cui gli altri pilastri della politica economica, in particolare la disciplina fiscale, non erano coerenti con l’obiettivo di ottenere un’inflazione più bassa e più stabile. Allo stesso modo, il nuovo framework per le politiche monetarie difficilmente avrà successo, se l’allentamento monetario continuerà ad essere l’unica iniziativa in atto”, conclude.
