Obiettivo sostennibilità
Fattori ESG: il progetto della Commissione per integrarli nel processo di investimento
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Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Ago – Set 2018 |

I mercati finanziari sono sempre più attenti alle prospettive di medio e di lungo termine dei business model aziendali e, con riferimento ai rischi e alle opportunità che il cambiamento climatico comporta, chiedono di avere evidenza dell’impatto finanziario della transizione in atto. Significativo a tal proposito è il contributo della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (Tcfd), istituita dal Financial stability board (Fsb) allo scopo di elaborare linee guida condivise per una disclosure climatica organica, trasparente e confrontabile. A giugno 2017, con la pubblicazione della versione finale delle raccomandazioni della Tcfd, è stato compiuto un ulteriore
passo verso l’integrazione delle tematiche connesse al clima nell’approccio strategico alla sostenibilità. “Ormai abbiamo evidenza del fatto che il cambiamento climatico determina impatti fisici crescenti e questi impatti comportano dei costi economici a livello planetario – spiega Stefano Pareglio, professore associato all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano – Al netto di qualche negazionismo ancora in circolazione, la comunità scientifica è largamente consapevole che, per limitare questi impatti, servono decisioni coerenti da subito, prima tra tutte la transizione verso un’economia a basso tasso di carbonio. Il problema è che le ricerca del profitto di breve termine ostacola il cambiamento necessario”.
Ma cosa prevedono le linee guida della task force voluta dal Financial stability board?
Le raccomandazioni della task force chiedono di dare evidenza agli impatti fisici a cui è soggetta l’impresa e agli impatti economici legati alla transizione in atto. In particolare, le imprese devono assicurare disclosure su quattro ambiti rilevanti: governance dei rischi e opportunità climatiche, targets and metrics, ovvero obiettivi e metrica utilizzati, risk management e strategia. Quest’ultimo aspetto è sicuramente quello più complesso, ma più sfidante.
In che senso?
In pratica il board e management sono chiamati a costruire una strategia coerente con gli scenari di evoluzione del clima e del sistema economico. Bisogna quindi ragionare su un orizzonte almeno ventennale. Un tempo che va ben al di là dell’incarico, solitamente triennale, degli organi di governo e del management aziendale. Questo a mio avviso impone la ricerca di strumenti che allineino gli obiettivi aziendali di breve termine con la strategia di lungo termine, volta a garantire l’evoluzione e talora perfino la sopravvivenza di un determinato modello di business.
Come hanno reagito le imprese in Italia?
L’Italia è tutto sommato ben messa. In particolare, grazie al Codice di autodisciplina di Borsa Italiana, rivisto nel 2015, è prevista nelle imprese quotate la costituzione di un Comitato endoconsiliare per la sostenibilità. A questo organismo va assegnata la funzione istruttoria e propositiva in materia di rischio climatico, in armonia con il lavoro dei manager.
Quindi le aziende sono pronte?
Dipende molto dalla dimensione aziendale e dal settore in cui opera l’azienda. Ci sono settori che non sono particolarmente colpiti dal cambiamento climatico, altri invece lo sono in modo sostanziale, come l’oil & gas, le utility, ma anche le banche e più ancora le assicurazioni. Le aziende di grandi dimensioni e di settori esposti sono molto attive, perché sanno che l’informazione inerente la policy aziendale sul cambiamento climatico ha un peso crescente nell’allocazione dei capitali sul mercato, sia lato debito che lato equity. D’altro canto, matura la consapevolezza che sul cambiamento climatico si può giocare anche in attacco, cogliendo le molte opportunità che via via si vanno aprendo.
