Diggle (Aberdeen Standard Investments): “Crescita USA, è ancora presto per premere il bottone rosso”
29 gennaio 2018
di Eugenio Montesano
4 min
L’emergere di pressioni inflazionistiche e un inasprimento più aggressivo della politica monetaria della Fed sono i rischi principali dei prossimi mesi. Ma secondo Paul Diggle, senior economist di Aberdeen Standard Investments, il toro americano ha ancora molta strada davanti.
Dopo un inizio d’anno all’insegna dei record sui principali mercati azionari internazionali, gli investitori si trovano ad affrontare un contesto di mercato allo stesso tempo euforico e impegnativo, caratterizzato da rendimenti obbligazionari ridotti, forti correlazioni tra le asset class e valutazioni dei mercati azionari elevate. Ma non è detto che la festa sia finita, anzi.
Paul Diggle, senior economist di Aberdeen Standard Investments
“Gli economisti amano dire che i cicli economici non muoiono di vecchiaia, e lo stesso vale per i mercati toro. Il fatto che sia durato a lungo non dà un’indicazione certa che la sua fine sia vicina. È tuttavia vero che la forza di questo mercato rialzista ha reso le valutazioni molto tirate – in particolare negli Stati Uniti – aumentando senza dubbio la vulnerabilità agli shock imprevisti”, afferma Paul Diggle, senior economist di Aberdeen Standard Investments.
A guardar bene, tuttavia, i rischi sono molteplici: diversi appuntamenti elettorali, tensioni geopolitiche, il rebus delle valute con il rally dell’euro nei confronti del dollaro sulla scia del protezionismo targato Trump e gli effetti deprimenti sull’export europeo, la fiammata dei prezzi del petrolio e le strategie delle maggiori banche centrali appongono un punto interrogativo in coda a ogni analisi di scenario.
La crescita economica degli Stati Uniti nel quarto trimestre 2017 è stata del 2,6%. Il ciclo prosegue da nove anni: a che punto siamo? C’è ancora margine di crescita all’orizzonte, o è giunto il momento di pigiare il pulsante antipanico?
Guardando i dati americani vediamo un’economia che sta crescendo a un ritmo piuttosto decente, e crediamo che questo continuerà nell’immediato futuro. Il nostro modello di rischio di recessione negli Stati Uniti, ad esempio, suggerisce che l’espansione del ciclo economico potrebbe durare ancora per altri tre anni. Certamente diventerà sempre più difficile per l’economia sostenere tassi di crescita superiori al trend. Ma nel complesso direi che siamo tra la fase media e quella finale del ciclo, quindi non è ancora arrivato il momento di attivare l’allarme.
Qual è il fattore rischio che, più degli altri, può mettere a repentaglio la tenuta del ciclo economico-finanziario globale?
Siamo particolarmente concentrati sulla possibile comparsa di maggiori pressioni inflazionistiche. L’inflazione globale si è effettivamente indebolita nel 2017, anche se la crescita è migliorata. Nonostante alcuni episodi isolati, sembra comunque che il rapporto tra crescita economica e inflazione sia diventato molto più contenuto, a causa delle basse aspettative inflazionistiche, del minore potere contrattuale della forza lavoro e del ridotto potere delle imprese nel determinare i prezzi. Vi è, tuttavia, almeno una possibilità che l’inflazione torni ad aumentare nel 2018. Dopotutto, l’economia mondiale dispone oggi di una capacità inutilizzata molto inferiore rispetto a qualche anno fa, con tassi di disoccupazione molto bassi in molti paesi. L’aumento dell’inflazione potrebbe innescare una maggiore stretta delle banche centrali, provocando un incremento dei rendimenti obbligazionari e una contrazione dei mercati azionari.
Prevede la fine di quella che gli addetti ai lavori definiscono “Goldilocks economy”? Quale traiettoria ipotizza per l’indice dei prezzi al consumo in America?
L’inflazione dovrebbe aumentare quest’anno, ma solo in misura limitata, dato il rapporto strutturalmente più piatto tra crescita e inflazione (il trend alla base della cosiddetta Goldilocks economy, ndr). La questione fondamentale è sapere quanto aumenterà e quale tipo di risposta richiederà alla Federal Reserve. Penso che l’inflazione di fondo dell’indice Pce (Personal consumption expenditures, indice inflattivo di tipo core che esclude il prezzo di cibo ed energia. È l’indicatore inflattivo più osservato dalla Fed, ndr) negli Stati Uniti potrebbe aumentare dall’1,5% nell’ultima lettura per avvicinarsi all’obiettivo del 2% nel 2018.
Questo è forse più che sufficiente per indurre quattro aumenti dei tassi da parte della Fed quest’anno, e penso che i mercati saranno in grado di affrontarli senza battere ciglio. Ma se l’inflazione aumenterà più rapidamente di così – forse perché la crescita salariale comincia a decollare, visto il tasso di disoccupazione inferiore al tasso naturale di disoccupazione – allora potremmo assistere a un ritmo di rialzo dei tassi più vicino ai livelli storici, e non credo che i mercati la prenderebbero molto bene.
Tra cambi di leadership e progressiva riduzione del budget, la forza economica più dirompente per i mercati sembra essere proprio la Fed. Quanto è concreto il rischio di un aumento della volatilità a seguito dell’aumento dei tassi?
Viviamo in un’epoca in cui i mercati sono appesi ad ogni piccola dichiarazione delle banche centrali. Certo, vi è il rischio che i mercati perdano parte della loro recente stabilità. Dopo tutto, una riduzione del bilancio delle banche centrali di questa portata è senza precedenti. Le analogie storiche esistenti non sono particolarmente incoraggianti: il cosiddetto “taper tantrum” della Fed nel 2013 e l’inasprimento quantitativo della Bank of Japan nel 2006 hanno innescato importanti vendite sul mercato. Entro la fine del 2018, la Bce probabilmente avrà cessato gli acquisti di asset, mentre gli importi mensili che la Bank of Japan acquista si ridurranno. L’intera economia globale si sta quindi muovendo verso l’uscita dal QE. Ma, nel complesso, penso che i mercati possano continuare a sostenere gli effetti finanziari della riduzione del bilancio della Fed senza troppi problemi.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, tra fine del QE e rally dell’euro cosa possiamo aspettarci dalla Bce di Mario Draghi?
Penso che, per la riunione di marzo, la Bce potrebbe dover rinunciare all’impegno di continuare gli acquisti di asset “fino alla fine di settembre 2018, o oltre, se necessario”. Nel corso delle riunioni successive, probabilmente sapremo di più sui piani della Bce sulla conclusione del suo programma di acquisto di asset: sia che decida di interromperlo bruscamente in settembre, sia che scelga di ridurlo nell’arco di due o tre mesi (ritengo più probabile la seconda opzione).
Un’altra area di interesse della Bce è il recente rafforzamento dell’euro. Francoforte non accoglierà con favore un apprezzamento eccessivo dell’euro, poiché ciò ostacolerebbe gli sforzi profusi per innalzare l’inflazione in modo da raggiungere gli obiettivi prefissati. Per ora, tuttavia, penso che la Bce considererà il recente apprezzamento della moneta unica come un fattore endogeno della ripresa economica, ossia non eccessivo. Per non innescare un rafforzamento più rapido dovrà però essere molto cauta a livello di comunicazione.
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