Le tensioni geopolitiche minacciano i mercati
L'allarme lanciato da Allegri, ad di Ambrosetti Asset Management SIM
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Dopo aver creato l’illusione che le minacce di attuare una politica economica protezionista restassero tali, Donald Trump ha aumentato le tariffe su acciaio e alluminio dal primo giugno contro l’Unione Europea, il Canada e il Messico e poi, più di recente, contro la Cina, creando allarme per un volume di import da 200 miliardi dal Celeste Impero. Gli analisti non credono, nonostante la Cina abbia annunciato a sua volte misure di ritorsione, che siamo all’innesco di una guerra dei dazi. E ci sono addirittura Paesi che di questo gioco delle parti potrebbero avvantaggiarsi. “ll nostro scenario centrale vede l’implementazione di dazi contenuti su diversi fronti con impatti macroeconomici relativamente controllati, mentre le trattative continuano – dice Didier Borowski, head of macroeconomic research di Amundi Am – Una eventuale spirale di rappresaglie, tuttavia avrebbe significativi effetti negativi sul commercio globale, sui mercati finanziari e, quindi, sull’economia mondiale”. Le catene globali del valore sono molte integrate e dunque nelle guerre commerciali è improbabile che qualcuno esca da vincitore. “Tuttavia, alcuni Paesi potrebbero dimostrarsi più resilienti di altri: le economie più “domestiche”; i Paesi che hanno beneficiato dell’espansione globale per aggiustare i propri squilibri e aumentare la spesa pubblica più produttiva; i Paesi che hanno attuato riforme per migliorare il contesto di investimento, a livello nazionale ed estero; i Paesi meno vulnerabili dall’esterno con un efficace mix di politiche, monetarie e fiscali – afferma Borowski – Per un periodo di tempo limitato, ci aspettiamo che gli esportatori di materie prime avranno maggiori benefici degli esportatori di manufatti: infatti, le dinamiche dell’offerta tenderanno a sostenere i prezzi delle materie prime; un rallentamento del ciclo globale potrebbe raffreddare le aspettative degli esportatori di manufatti e frenare le decisioni di investimento. Quindi, ci aspettiamo che i Paesi più esposti ai settori colpiti dai dazi, in particolare il settore automobilistico, siano quelli più colpiti sia tra i Paesi sviluppati sia tra i Paesi emergenti. Per quanto riguarda i mercati emergenti, considerando le due aree critiche, ovvero il settore automobilistico e le tensioni Cina/Stati Uniti, le regioni maggiormente colpite potrebbero essere l’Europa Orientale e l’Asia, a causa dell’integrazione settoriale e geografica. Comunque, un rallentamento più forte del previsto in Cina impatterebbe alcune economie molto aperte, esportatrici di materie prime dell’America Latina, come Cile e Perù”.
L’aumento dei dazi sulle importazioni di auto negli Usa avrebbe impatti significativamente negativi su “Canada, Giappone, Messico, Germania e Corea. L’impatto maggiore verrebbe probabilmente subito da Canada, Messico e Giappone, poiché le esportazioni di auto negli Stati Uniti rappresentano rispettivamente l’11%, il 7% e il 6% delle esportazioni totali di questi Paesi – sostiene Charles St Arnaud, senior investment strategist di Lombard Odier Investment Managers – L’economia canadese subirebbe un grave shock e il Paese potrebbe trovarsi in un periodo di recessione. Anche il Messico, sebbene non esposto come il Canada, potrebbe inoltre subire un impatto altrettanto negativo. In Germania, nonostante il settore automobilistico sia particolarmente importante per l’economia domestica, gli scambi commerciali diretti con gli Stati Uniti sono inferiori rispetto agli altri Paesi, fattore che in qualche modo protegge il Paese”.
In generale, poiché i mercati stanno iniziando a concentrarsi sulla possibilità di una grave escalation nella disputa commerciale tra gli Stati Uniti e i partner commerciali, “gli investitori devono monitorare attentamente la propria esposizione agli asset rischiosi, in particolare titoli azionari e asset dei mercati emergenti – dice ancora lo strategist di Lombard Odier – Riteniamo che esista una significativa possibilità che le relazioni commerciali si deteriorino ulteriormente, con conseguenze dannose per il commercio e l’economia globale. Tuttavia, qualora dovessero emergere dei segnali di un compromesso, prevediamo un forte incremento degli asset rischiosi”.
Malgrado tutte le dichiarazioni altisonanti, “la minaccia di una guerra commerciale appare sopravvalutata – ritiene Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti presso Columbia Threadneedle Investments – Da parte nostra, stimiamo che le restrizioni commerciali prospettate dal governo cinese infliggerebbero agli Stati Uniti una perdita di Pil pari allo 0,08%. D’altro canto, i dazi Usa peserebbero sul Pil cinese per lo 0,01%. Allo stato attuale, dunque, l’impatto complessivo dei dazi non è certamente allarmante nei fatti come lo sembra nelle parole dei due contendenti”. Dunque è improbabile, secondo White, “che la Cina venga colpita da un esodo di massa dei produttori manifatturieri. Le imprese hanno già iniziato a cercare sedi operative più convenienti in termini di costi in altri Paesi asiatici in risposta all’aumento dei salari in Cina. Vietnam, India, Pakistan e Bangladesh hanno tutti beneficiato, finora, di questo trend. La Cina ha assorbito le perdite e creato nuovi posti di lavoro nel settore terziario e in quello manifatturiero di maggior valore, continuando la sua marcia verso l’obiettivo di crescita del 6,5% nel 2018”.
Secondo White, inoltre, i mercati emergenti “si trovano oggi in una posizione molto più solida rispetto al passato e sono decisamente più capaci di fronteggiare un rafforzamento del dollaro. La crescita degli utili inizia a consolidarsi, trasformandosi in performance per i titoli azionari. Nel contempo, i titoli appaiono sottovalutati rispetto alla media storica e offrono sconto valutativo del 20%”.
