Il responsabile della ricerca macroeconomica della Sgr del Gruppo Intesa Sanpaolo prevede un anno di stop and go per l’Europa, con “una tendenziale sottoperformance rispetto agli indici globali, alternata da fiammate temporanee di recupero”. Ragion per cui gli effetti della fine del QE “non andrebbero esagerati”.
Andrea Conti, responsabile macro research di Eurizon Capital
“Se il 2019 si rivelerà un anno di prosecuzione del ciclo economico globale, come è nel nostro scenario centrale, l’andamento dei mercati finanziari sarà probabilmente migliore di quello del 2018 perché i mercati azionari potranno riprendere il sentiero di rialzo che hanno sospeso da febbraio 2018 e si potrà almeno incassare il rendimento a scadenza delle obbligazioni più rischiose – emergenti e high yield – dopo l’allargamento degli spread dello scorso anno. Questo dal punto di vista dei ritorni attesi, mentre dal punto di vista del clima di mercato il contesto rimarrà con ogni probabilità difficile, con scarsa visibilità di medio termine”.
Le prospettive dei mercati globali di Andrea Conti, responsabile macro research di Eurizon Capital, sono improntate a un sobrio ottimismo. In particolare, riguardo all’Europa l’esperto della Sgr di Intesa Sanpaolo professa cautela almeno fino a fine anno. Due gli ostacoli di natura politica sul percorso dei listini europei: le elezioni di maggio e la successione di Draghi al timone della Bce a fine ottobre. Fintanto che questi nodi vengano sciolti, spiega Conti, l’azionario europeo rimarrà altamente volatile. Meglio l’obbligazionario, con i titoli di stato di Italia e Stati Uniti che, secondo lo specialista, a breve e medio termine offrono rendimenti interessanti.
Il 2019 può dunque essere un anno migliore del precedente per gli investitori? Il 2018 ha iniettato negli investitori il dubbio che il ciclo economico sia vulnerabile e possa terminare a breve. In realtà se questo ciclo si manterrà a crescita moderata – come è stato fin dai suoi inizi – e non produrrà un’accelerazione dell’inflazione, potrà durare perché le banche centrali potranno permettersi di restare complessivamente accomodanti. L’ipotesi di un ciclo super-lungo però farà fatica ad imporsi come centrale per gli investitori. In sintesi il 2019 potrebbe essere migliore del 2018 come risultati, ma altrettanto difficile come clima generale e livello di volatilità.
L’Europa è ancora esposta a rischi consistenti? L’Europa, assieme alla Cina, è stata l’area che ha mostrato i segnali di rallentamento più forti nel corso del 2018 e quindi, se si eviterà una recessione globale, potrebbe essere una delle sorprese positive dell’anno, in termini macro, non fosse altro perché il consenso appare già piuttosto pessimista. Il problema dell’Europa però è che l’incertezza di tipo politico rimarrà la variabile principale di attenzione. Dalla crisi greca in poi risulta estremamente difficile, non solo per gli investitori extra-europei, comprendere quale sia l’agenda del Vecchio Continente. La Brexit, da questo punto di vista, ha ulteriormente complicato le cose.
L’elevato rischio geopolitico, legato in particolare alle elezioni europee del 23-26 maggio, può compromettere la propensione al rischio degli investitori? Difficilmente gli investitori vorranno anticipare forti posizioni sull’Europa prima di avere visto il risultato delle elezioni europee di maggio. Dopo il voto l’interesse per l’Europa potrebbe aumentare se, come probabile, il risultato sarà meno dirompente di quanto si tema e se nel frattempo saranno rientrati i timori di recessione globale. Ma la seconda metà d’anno vedrà l’attenzione sulla successione di Draghi alla guida della Bce. Un altro tema di natura politica, un’altra occasione per mantenere il premio al rischio sull’Europa più alto di quanto i fondamentali giustificherebbero.
In sintesi, fino a quando il premio al rischio politico non sarà sceso in modo permanente, ovvero fino a quando l’Europa non avrà chiarito la propria agenda di medio termine, ci aspettiamo che i mercati europei rimangano caratterizzati da un andamento a stop and go. Una tendenziale sottoperformance rispetto agli indici globali, alternata da fiammate temporanee di recupero quando il consenso corregge gli eccessi di pessimismo.
Qual è il portafoglio azionario ideale per il 2019? Al momento i nostri portafogli prevedono un moderato sovrappeso di azioni, con Giappone ed emergenti come aree preferite, USA in secondo ordine di preferenza, Europa in coda.
Nel reddito fisso resta poco valore, in vista di una traiettoria sempre meno espansiva in termini di politica monetaria? I titoli a breve e medio termine italiani ci appaiono interessanti, essendo i soli con tassi a scadenza positivi e considerando come centrale l’ipotesi che non ci sarà una nuova divergenza di posizioni tra l’Italia e il resto dei partner europei. Anche i titoli governativi USA appaiono interessanti, soprattutto sulle scadenze brevi e medie che già scontano un percorso di rialzi dei tassi Fed piuttosto severo. Ovviamente, in questo caso, bisogna mettere in conto la volatilità del dollaro. I tassi del Bund agli attuali livelli presentano un’opportunità solo in caso di recessione globale, non ancora il nostro scenario centrale, mentre potrebbero salire un po’ – ma non più di tanto – se dopo le elezioni europee il premio al rischio politico dovesse rientrare.
Quali saranno gli effetti del Quantitative Tightening in Europa? Per quanto riguarda gli effetti della fine del QE, non andrebbero esagerati. La crescita dell’Eurozona ha sofferto il rallentamento cinese nel 2018, anche in presenza del QE. Da questo punto di vista è quindi più importante sperare che riparta la crescita cinese. La Bce avrà comunque un atteggiamento pragmatico. La normalizzazione delle condizioni di politica monetaria non viaggia con il pilota automatico, soprattutto se rimarrà virtualmente assente l’inflazione. Questo vuol dire che la Bce potrebbe alzare i tassi se e solo se penserà che l’economia in Europa sia sufficientemente in salute, diversamente anche nel 2019 ci aspettiamo che i tassi restino dove sono. La sostituzione di Draghi può complicare le cose in termini di comunicazione banca centrale-mercato, ma chiunque arriverà al posto di Draghi sarà attento a una sostituzione all’insegna della continuità.
Quali potrebbero essere le sorprese del 2019, sia in negativo che in positivo? Emergenti, Europa e Italia potrebbero essere tre sorprese positive nell’ipotesi che gli investitori trovino rassicurazione sulla prosecuzione del ciclo globale e, in Europa, vedano ridursi l’incertezza politica.
Per quanto riguarda il ciclo globale le sorprese positive stanno nelle decisioni della Federal Reserve sui tassi di interesse, dell’amministrazione Trump sulla guerra commerciale e delle autorità cinesi per lo stimolo che vorranno dare alla loro economia.
Alla ricerca di ‘Alpha’” è la rubrica di FocusRisparmio.com dedicata a investimenti, mercati e all’attualità economico-finanziaria. Ogni lunedì, con l’aiuto degli esperti del settore, vengono messi sotto la lente i fatti recenti più significativi e gli appuntamenti che avranno effetti sul medio e lungo termine.
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