Se i gestori ‘abbandonano’ le banche
L’esposizione aggregata dei fund manager verso le banche europee è scesa ai minimi storici. La ‘patata bollente’ nei portafogli dei fondi parla inglese, non italiano
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Sono tre i rischi principali che corrono banche e investitori dopo il congelamento dei dividendi imposto dalle autorità in Europa e Regno Unito. Ne è convinto James Macdonald, partner senior portfolio manager di BlueBay Am, che in esclusiva per FocusRisparmio illustra l’altra faccia della medaglia di un divieto fin troppo lineare nella sua ragion d’essere. Gli istituti rappresentano infatti una parte chiave del meccanismo di trasmissione monetaria e per questo i regolatori vogliono assicurarsi che non venga compromessa la loro capacità di svolgere tale ruolo indebolendo la loro posizione finanziaria. “Inoltre – chiarisce il portfolio manager-, dato che la profittabilità delle banche beneficia indirettamente degli stimoli senza precedenti forniti all’economia reale, un aumento dei dividendi agli azionisti potrebbe essere visto come un modo per trarre profitto dalla situazione, cosa che le autorità vogliono evitare”.
Ma se tale congelamento dovesse durare più del necessario, le implicazioni negative non si farebbero attendere. A partire dal fatto che, secondo Macdonald, si creerebbe una disruption sull’allocazione del capitale, discriminando le banche che si sono focalizzate sulla solidità di capitale e su una gestione conservativa, tipicamente i ‘campioni nazionali’, affinché continuino a generare reddito per i propri investitori, favorendo invece le istituzioni che hanno adottato politiche di gestione del capitale più aggressive. Non solo. “Impatterebbe sulla capacità del settore bancario di raccogliere ulteriori capitali dagli investitori privati in futuro, dato che viene messa in questione l’attrattività del pagamento di un dividendo consistente e regolare”, prosegue il portfolio manager secondo cui il terzo rischio è che l’incertezza riguardo alle politiche sui dividendi potrebbe far aumentare il costo del capitale necessario per investire in queste istituzioni in futuro.
“Sebbene il divieto di pagare dividendi sia stato negativo per gli investitori azionari, il mantenimento del potenziale dividendo all’interno delle banche è positivo per chi investe in AT1 e bond, dato che tale capitale fa crescere il buffer delle istituzioni e le riserve disponibili per il pagamento dei coupon. Quindi, sebbene gli investitori azionari potrebbero subire gli effetti di ricaduta generati dal divieto di pagare dividendi, la notizia non è necessariamente negativa per tutti coloro che contribuiscono ad accrescere il capitale delle banche”, conclude Macdonald.
La situazione è rischiosa, ma offre anche un’opportunità unica secondo Filippo Alloatti, senior credit analyst per la divisione internazionale di Federated Hermes. Dopo anni di campagna mediatica negativa e di attenzione normativa, le banche potrebbero infatti presentarsi come il volto buono emerso dalla crisi e scoprire perfino un nuovo obiettivo. “Nel frattempo, tuttavia, hanno rivisto radicalmente i propri piani di gestione del capitale per rafforzare gli ammortizzatori di bilancio. In una certa misura, gli azionisti delle banche e il management stanno sopportando il peso di questa crisi, con le istituzioni finanziarie che si fanno carico di questi doveri sociali”, precisa l’esperto, secondo cui una volta che l’economia globale si riaprirà in modo più completo, si paleserà il rischio di un persistente calo della domanda, di utili deboli e di un ciclo del credito danneggiato che eroderà il capitale delle banche. E le istituzioni stanno già correndo ai ripari.
“Tutte le banche americane ‘money center’, ad esempio, hanno sospeso i principali piani di buyback e la capitalizzazione del sistema sembra solida” sottolinea Alloatti, che evidenzia come gli istituti del Vecchio Continente abbiano a disposizione 30 miliardi di euro aggiuntivi di potenza di fuoco dopo il congelamento dei dividendi del 2019, mezzi che si aggiungono ai 130 miliardi di euro risultanti dalle misure di riduzione del capitale.
Quale potrebbe essere quindi lo scenario peggiore? Il 25 maggio l’Autorità Bancaria Europea ha pubblicato un’analisi delle perdite potenziali sui crediti collegate all’epidemia di coronavirus, partendo dallo stress test effettuato nel 2018 e aggiornato per i portafogli sui prestiti del quarto trimestre del 2019, indicando il potenziale impatto sul CET1.
“In termini aggregati le perdite sarebbero comprese tra i 230 e 380 punti base del CET1, ma, aspetto importante, questa analisi non ha considerato l’impatto positivo e significativo di moratorie sui prestiti e garanzie statali. Questo è fondamentale, in quanto l’impatto di entrambi i possibili provvedimenti sul costo del rischio nel 2020 sarà significativo. Tuttavia, lo studio dell’Autorità bancaria europea ha indicato perdite rispetto a un margine medio di capitale di circa 500 punti base, mostrando la resilienza media del settore bancario”, conclude Alloatti, secondo cui dunque con un’attenta gestione del capitale e allineandosi al contesto del coronavirus, gli istituti potrebbero ricostruire la propria reputazione di soggetti socialmente importanti.
