Chi soffre di più il rialzo dei tassi USA
Non sono solo gli investitori in fondi obbligazionari a dover temere le strette monetarie. Tutte le strategie a bassa volatilità possono essere penalizzate.
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I rapporti tra la Fed e Donald Trump sono sempre più tesi. Prova ne è l’evidenza che i media statunitensi danno allo scontro in atto. Tutto questo si inserisce in un contesto in cui l’economia americana non accenna a frenare la sua corsa, anzi. Nel secondo trimestre è cresciuta del 4,2%, un dato superiore alle attese degli analisti, che scommettevano su +4% e che segue il +2,2% dei primi tre mesi dell’anno. Quindi pochi intoppi per la crescita Usa, almeno nel 2018. Per il 2019, invece, la situazione potrebbe cambiare. Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, prevede, infatti, una frenata: “La crescita, dopo un paio di trimestri di sovraperformance, è destinata a rallentare. Se, come è probabile, la frenata si farà più forte a causa dell’insostenibilità del ciclo del debito, i rischi di recessione saranno più evidenti nel corso del 2019”.

Nel frattempo, l’inquilino della Casa Bianca, chiede alla Fed di aiutarlo maggiormente a far lievitare l’economia rallentando il ritmo di crescita dei tassi di interesse. Jerome Powell, a capo della Banca centrale americana, però tirerà dritto sulla strada della politica restrittiva inaugurata nel dicembre del 2015, ed è pronto a un nuovo rialzo dei tassi di interesse, il terzo del 2018, nel mese di settembre. Dall’altro lato la Fed non nasconde una crescente preoccupazione per le tensioni commerciali con la Cina che, se fossero protratte nel tempo, potrebbero fermare la crescita economica. Insomma, un contesto intricato su cui si sofferma Olivier De Berranger, chief investment officer di La Financière de l’Echiquier, che fa il punto sullo scontro in atto tra le due istituzioni: “Il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente redarguito la Federal Reserve e criticato le decisioni assunte di recente dal suo presidente, Jerome Powell, asserendo che quest’ultimo non dovrebbe proseguire sulla via della normalizzazione monetaria. Si è anche detto dispiaciuto degli ultimi rialzi dei tassi”.
Questi attacchi, sottolinea l’esperto di La Financière de l’Echiquier, “fanno eco a precedenti commenti in cui era stato tra l’altro rimproverato alla Fed di sottrarre in questo modo un importante vantaggio competitivo agli Stati Uniti. Il presidente della Fed di Dallas ha risposto indirettamente in uno studio pubblicato recentemente in cui ricordava che solo quando i tassi a breve avranno raggiunto un livello di neutralità, che non frena né stimola l’economia, la Fed potrà ipotizzare di interrompere i rialzi dei tassi. Ha altresì specificato che servirebbero, allo scopo, altri tre o quattro aumenti. Questo messaggio è stato confermato dalla pubblicazione del verbale dell’ultima riunione del Fomc”.
Secondo De Berranger “il tono dei dibattiti tra i membri della Fed convalida lo scenario di un nuovo aumento imminente dei tassi, probabilmente già nel corso della riunione di settembre”. Questo perché “i governatori evidenziano la solidità del mercato del lavoro oltre all’innalzamento delle spese dedicate agli alloggi e degli investimenti delle aziende. Osservano altresì che gli ultimi dati economici sono in linea con quanto anticipato e, tra l’altro, che l’inflazione salariale stenta ancora ad accelerare”.
