High yield, non solo Usa: opportunità globali
Un portafoglio a reddito elevato che investa anche in Europa e negli Emergenti può garantire vantaggi interessanti in un contesto di tassi bassi. L’analisi di T. Rowe Price
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L’economia globale è in una corsa contro il tempo: nel giro di pochi mesi, la recessione avrà raggiunto la velocità di fuga e si auto rafforzerà. Ad affermarlo è Gilles Moëc, chief economist Axa Investment Managers, che sottolinea che mentre alcuni rischi di coda stanno diminuendo, come un’ulteriore escalation della guerra commerciale o una Brexit no deal, l’incertezza resta invariata.
“Se da un lato questo può evitare una catastrofe, non vediamo sufficiente chiarezza da fermare il calo del flusso di dati – precisa -. La debolezza non è più circoscritta al settore manifatturiero, ma si sta diffondendo ai servizi, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Non esiste una prova chiara che indichi una trasmissione completa verso il mercato del lavoro, che inciderebbe sulla spesa dei consumatori, ora l’unico motore correttamente funzionante nell’economia globale. Tuttavia senza un adeguato aumento della fiducia, questo sarebbe normalmente il passo successivo”.
Secondo l’economista, negli Stati Uniti possiamo consolarci con alcune azioni di politica monetaria “semidecente” per attutire il colpo. “Ci aspettiamo che, dopo il taglio del 30 ottobre, il Federal Open Market Committee possa procedere con un altro taglio in dicembre – precisa -. Al contrario, guardando alla Bce, abbiamo difficoltà a vedere cosa potrebbe fare di più nei prossimi mesi, a meno che la situazione non diventi veramente catastrofica. Mario Draghi ha presieduto la sua ultima riunione del Consiglio direttivo in qualità di presidente in ottobre. La sua eredità di ‘salvatore dell’area dell’euro’ a partire dal 2012 durerà a lungo. È un peccato che la decisione di settembre abbia lasciato il posto a controversie. Con i dissidenti in seno al Consiglio che non mostrano segni di cedimento, e una mancanza di fiducia nella capacità della politica monetaria di fornire un valido sostegno, pensiamo che a settembre si sia raggiunto il picco di attivismo monetario nell’area dell’euro. Christine Lagarde inizierà il suo mandato con una revisione strategica che probabilmente innescherà alcune discussioni difficili in seno al Consiglio e di fatto giustificherà l’inazione”.
“Nel frattempo, la Bce effettuerà acquisti mensili per 20 miliardi di euro. Il tasso di crescita complessiva del bilancio della Bce, un buon indicatore dell’orientamento monetario in tempi di politica non convenzionale, potrebbe raggiungere circa il 6% su base annua entro la fine del 2020 – conclude Moëc -. Si tratterebbe di un ritmo più lento rispetto al 2012 o al 2016. Anche con decisioni molto controverse, il presidente Draghi non avrebbe potuto innescare la stessa quantità di stimolo monetario. Il mandato di Christine Lagarde potrebbe iniziare sotto migliori auspici”.
Fatte queste premesse, Serge Pizem, head of multi-Asset investments di Axa IM, spiega dunque la propria view sull’asset allocation di novembre: “Questo mese riduciamo la nostra esposizione sul debito emergente e sul debito high yield a favore di strategie relative alle azioni (cicliche/difensive). Riteniamo che al mercato manchino segnali forti per essere in grado di adeguare le nostre view direzionali. Anche se iniziamo a vedere una tregua sulla guerra commerciale e la diminuzione delle possibilità di una ‘hard Brexit’, il contesto economico è ancora troppo debole”.
“Abbiamo aumentato la preferenza ciclica nell’esposizione azionaria poiché il pessimismo del mercato sulla crescita è ancora estremo – continua -. Rimaniamo prudenti sulle azioni americane in quanto i prezzi sono vicini ai massimi storici, mentre il “macro momentum” sottostante si sta indebolendo. Anche se abbiamo ridotto l’esposizione, rimaniamo positivi sull’High Yield europeo e sul debito dei mercati emergenti, in quanto una Fed accomodante sostiene le posizioni carry. Rimaniamo costruttivi sui breakeven dell’inflazione nell’Eurozona e negli Stati Uniti, poiché i prezzi di mercato rimangono troppo pessimisti”.
Secondo l’esperto ci sono tre sviluppi positivi che stanno rilasciando alcune pressioni sui mercati nel breve termine. La prima è che gli Stati Uniti hanno raggiunto un ‘Phase 1 deal’ con la Cina, attraverso un accordo di principio sugli acquisti di prodotti agricoli, la proprietà intellettuale, la trasparenza dell’FX e l’apertura dei servizi finanziari. “Una vera risoluzione della guerra commerciale – precisa – comporterebbe, a nostro avviso, lo smantellamento degli attuali aumenti sui dazi, ma questo non avverrà nel breve termine. Nel frattempo, l’incertezza della politica commerciale ha colpito l’economia globale e potrebbe continuare ad avere un impatto sugli investimenti. Tuttavia, i dati concreti degli Stati Uniti sulla produzione e sugli ordini sono stati recentemente in grado di resistere e sembrano essersi disaccoppiati dalle indagini più depresse sulle imprese. In questo contesto, la tregua commerciale potrebbe limitare ulteriormente gli effetti negativi. In questo contesto, abbiamo rafforzato l’inclinazione ciclica nella nostra esposizione azionaria in quanto le valutazioni relative dei cicli rimangono depresse”.
Altro sviluppo positivo è quello sul fronte Brexit. Con gli ultimi progressi, secondo Pizem le possibilità di un’uscita ‘no deal’ sono ora sostanzialmente inferiori, il che dovrebbe aiutare il sentiment delle imprese e del mercato. Infine, La Fed ha annunciato una nuova iniezione di liquidità di 60 miliardi di dollari al mese attraverso l’acquisto di banconote. “È la prima volta quest’anno che la Fed ha agito in modo deciso. Stanno cercando di non chiamarlo Qe, ma sarà visto dal mercato come una spinta di liquidità. Con tassi di front-end più bassi e rendimenti a termine più elevati (trainati anche dall’ottimismo dell’operazione commerciale), la curva si è rialzata e si è riaccesa in territorio positivo, il che è un buon segno. In questo contesto, riteniamo che le aspettative di inflazione negli Stati Uniti siano troppo basse e abbiamo aggiunto nuove posizioni sul pareggio dell’inflazione statunitense nei nostri portafogli”, conclude l’esperto.
