Ratti (MIT Senseable City Lab): “Le città digitali cambieranno il nostro modo di stare al mondo”
26 marzo 2019
di EUGENIO MONTESANO
2 min
Intervista al visionario architetto-ingegnere che tra Torino e New York progetta le città di domani. Che saranno “drammaticamente diverse, non nel loro aspetto fisico ma nel nostro modo di viverle”, grazie alla convergenza del mondo fisico e di quello digitale
Carlo Ratti, Professore del MIT-Massachusetts Institute of Technology di Boston e direttore del MIT Senseable City Lab
Come si crea una città “sensibile” e da dove si parte nel processo di conversione delle città per renderle sensibili/sostenibili? Quale sarà il futuro delle città globali?
A una settimana dal Salone, FocusRisparmio incontra Carlo Ratti – Professore del MIT-Massachusetts Institute of Technology di Boston e direttore del MIT Senseable City Lab – che nella plenaria di apertura approfondirà il tema della mobilità e delle città sostenibili assieme a Adam Jonas, managing director e leader del team di ricerca Global Auto&Shared Mobility di Morgan Stanley e al presidente di Assogestioni Tommaso Corcos.
Ma la sostenibilità non è soltanto attenzione per l’ambiente. Se declinata allo sviluppo delle città del futuro, può infatti diventare anche una delle più interessanti opportunità di investimento attuali. Carlo Ratti affronterà l’argomento nel corso della conferenza Smart is the new black – Intelligenti e sostenibili: la sfida delle città del futuro, organizzata da Pictet nella giornata di mercoledì 3 aprile.
Le città del futuro saranno molto diverse da come sono oggi, oppure i cambiamenti saranno soprattutto “interni”, grazie a una sempre maggiore convergenza tra mondo fisico e mondo digitale? Non credo che le città del futuro appariranno, dall’esterno, molto diverse dalle città che abbiamo ora, nello stesso modo in cui le nostre città non sono tanto diverse dalle antiche “urbs” romane. Certo, può essere divertente pensare alle città future immaginate in film come Metropolis e Blade Runner di Ridley Scott, con i loro veicoli volanti e le loro predizioni distopiche. Eppure, quegli sviluppi non si sono materializzati…
In realtà, avremo sempre bisogno dei “Fundamentals” dell’architettura, celebrati da Rem Koolhaas nella Biennale di Venezia del 2014, di pavimenti orizzontali e pareti verticali per delineare gli spazi e recinti per proteggerci dall’esterno. D’altra parte, le città nel futuro saranno drammaticamente diverse, non nel loro aspetto fisico ma nel nostro modo di viverle – non più come entità puramente fisiche ma come spazi alla convergenza del mondo fisico e di quello digitale.
Come cambiano le città con la diffusione dei big data e dell’internet delle cose? Queste tecnologie digitali aiutano a leggere i comportamenti e, quindi, a rispondere meglio alle esigenze delle persone? Ciò che oggi sta accadendo su scala urbana è molto simile a quanto è successo un paio di decenni fa nel mondo della Formula 1. Fino a quel momento le possibilità di vittoria erano legate essenzialmente alla meccanica delle auto e all’abilità dei piloti. Poi è arrivata la telemetria e le auto si sono trasformate in “computer su ruote”, monitorate da migliaia di sensori e capaci di rispondere in tempo reale alle condizioni di gara. In modo analogo, da allora le tecnologie digitali e i sensori hanno iniziato a penetrare anche nello spazio delle nostre città. Tutto questo ci aiuta a comprendere meglio i comportamenti delle persone e potenzialmente come cambiarli tramite feedback loop digitali.
Può raccontarci un aneddoto significativo di come il mondo dei dati può avere un impatto? Un esempio è un progetto che abbiamo fatto al Senseable City Lab del MIT,Trash Track, dove abbiamo dotato dei rifiuti selezionati di “etichette digitali” per il tracciamento della posizione Gps, in modo da poter mappare il sistema di rifiuti negli Stati Uniti. La cosa più sorprendente è stata che i risultati ottenuti, oltre a essere utili per una migliore gestione dei rifiuti, hanno promosso anche un cambiamento nel comportamento dei partecipanti.
Lo shopping online sta modificando radicalmente il modo di vendere i prodotti. Come stanno cambiando le abitudini di acquisto delle persone e, con esse la geografia dei centri a più alta densità abitativa? Credo andremo in contro a una biforcazione nei nostri modi di fare la spesa. Da un lato una parte dei prodotti che acquistiamo, in particolare quelli generici e di uso routinario, ci arriveranno a casa in automatico: possiamo persino immaginare futuri servizi digitali come il “Kindle Unlimited” di Amazon – applicato non più solo ai libri, ma a carta igienica o detersivo lavapiatti! Mentre dall’altro lato avremo aree curate ed esperienziali per le cose che ci interessano di più: alimenti pregiati, ingredienti particolari, ortaggi freschi. Dove scoprire sapori e odori ogni volta nuovi. Un po’ come accade in una scena di un bel romanzo di Italo Calvino, nella quale il protagonista, il signor Palomar, entra in un negozio di formaggi a Parigi e all’improvviso, davanti a tanta ricchezza e varietà ed espressione di tradizioni e culture culinarie, si sente come se si trovasse in un museo. In quanto progettisti, l’aspetto dell’esperienza ci interessa molto, perché implica la creazione di nuovi spazi non soltanto di vendita ma anche di incontro sociale.
Come si progetta la Milano del futuro? Seguendo quali principi, e per raggiungere quali necessari obiettivi? In generale, nel progettare la Milano del futuro credo che dovremmo seguire un nuovo paradigma piuttosto che quelli del passato. Nel ventesimo secolo l’idea prevalente era quella di portare la città verso la campagna – adesso, a molti decenni di distanza, ci troviamo in una condizione diversa. Non più la città che conquista la campagna, bensì la campagna che ritorna in città. Grazie alle nuove tecnologie, infatti, oggi possiamo portare il verde dove prima non c’era – pensiamo ad esempio alla coltivazione idroponica o alle tecnologie della rete che sostengono il successo degli spazi di urban farming o agli interventi di micro-urbanistica. Interventi di “agopuntura urbana” ci ricordano come il contatto con il verde e con la natura – variabili fondamentali per il nostro benessere e tuttavia spesso dimenticate dai progettisti novecenteschi– avrà un ruolo fondamentale nella città di domani.
Quali progetti avete in cantiere dopo quello di MIND – Milano Innovation District e quello di Living Nature, presentato durante il Salone del mobile del 2018? A Milano stiamo ora pensando all’economia circolare. Per il Fuorisalone, all’interno dell’Orto Botanico di Brera, sperimenteremo in collaborazione con Eni l’uso di un materiale da costruzione inaspettato: i funghi, la cui parte sotterranea – il micelio – sarà utilizzata per creare quattro strutture architettoniche giganti. Il progetto è incentrato appunto sul tema dell’economia circolare e punta a creare un’architettura naturale, che parta dal giardino e infine ci possa ritornare, in modo del tutto sostenibile. Alla fine dell’esposizione, infatti, le strutture saranno smantellate e restituite alla terra, dando inizio a un nuovo ciclo virtuoso di crescita.
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