Risparmio, consulenti finanziari punto di riferimento per gli italiani
Il 37% si affida agli esperti di settore, il 21% alle banche. Ma i giovani vedono il maggior potenziale in social media e influencer. La ricerca di UniCatt e Credem
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Il Covid-19 spaventa e fa schizzare il risparmio degli italiani. Lo certifica l’Istat, che tira le somme del 2020 e segnala un crollo della spesa per i consumi del 10,9% e un’impennata della propensione al risparmio al 15,8%, quasi il doppio rispetto all’8,2% registrato nel 2019. Un tendenza, quella di tenere i soldi sotto il materasso, che non riguarda solo il nostro Paese ma l’intera Eurozona, dove nel quarto trimestre dell’anno scorso il tasso di risparmio delle famiglie è volato al 19,8%, dal 17,3% dei tre mesi precedenti, raggiungendo il secondo valore più alto dall’inizio della serie storica nel 1999 (il record è stato 25% nel secondo trimestre 2020).
Tornando all’Italia, dove si segnala a febbraio un balzo congiunturale del 6,6% delle vendite al dettaglio (-5,7% sull’anno), nel 2020 il potere d’acquisto delle famiglie ha segnato la prima flessione dopo sei anni. “Le misure di sostegno messe in atto per contrastare gli effetti economici dell’emergenza sanitaria – spiega l’Istituto di statistica – hanno attenuato la caduta del reddito disponibile delle famiglie consumatrici, che nel 2020 è diminuito del 2,8% (-32 miliardi di euro)”, ma il potere d’acquisto, che è il reddito disponibile espresso in termini reali, è diminuito del 2,6% interrompendo una dinamica positiva in atto dal 2014.
Crollano poi, secondo i dati Istat, valore aggiunto e investimenti delle società non finanziarie. I dati del 2020 mostrano infatti, per queste organizzazioni, un calo del valore aggiunto, valutato a prezzi correnti, di poco meno di 80 miliardi di euro rispetto all’anno precedente (-9,4%). Gli investimenti fissi lordi diminuiscono ancora di più, del 12,1% nel 2020 (-21,7 miliardi di euro) rispetto all’anno precedente. Il tasso di investimento si riduce così dal 21,5% del 2019 al 20,9%. Diminuisce anche il valore aggiunto delle società finanziarie, del 5% rispetto all’anno precedente (-3,5 miliardi di euro). Mentre le piccole imprese e i lavoratori autonomi, inclusi per la rilevazione dei Conti nazionali per settore istituzionale nel settore delle famiglie, subiscono un crollo del valore aggiunto pari all’11% rispetto al 2019 (con una perdita pari a 33 miliardi di euro)
Quanto all’Eurozona, invece, Eurostat segnala che, sempre nel quarto trimestre del 2020, il tasso di investimenti è aumentato da 8,7% a 9,1%, il valore più alto dal 2011. La quota di profitti del business è salita dal 39,1% nel terzo trimestre al 40,4%, mentre il tasso di investimenti è passato dal 23,2% al 23,4%. E i tecnici dell’Istituto di statistica Ue spiegano che il picco del tasso di investimenti delle società non finanziarie osservato nel secondo trimestre 2015-2017-2019 e nel quarto trimestre 2019 sono dipesi dalle grandi importazioni di prodotti di proprietà intellettuale derivanti dalla globalizzazione.
Rispetto alle previsioni di fine gennaio, il tasso di risparmio delle famiglie europee nel terzo trimestre 2020 è stato rivisto al ribasso da 17,4% a 17,3%; il tasso di investimenti è passato da 8,8% a 8,7%, mentre la quota di profitti delle società non finanziarie è salita leggermente da 39% a 39,1%. Invariato il tasso di investimento al 23,2%.
Anche in Europa l’aumento del tasso di risparmio è spiegato dal calo dei consumi a un tasso più elevato (-3,7%) rispetto al reddito disponibile lordo delle famiglie (-0,8%). L’aumento del tasso di investimento delle famiglie deriva da un aumento del 3% degli investimenti fissi lordi, mentre il reddito disponibile lordo è diminuito dello 0,8%. La crescita della quota degli utili delle imprese nell’area dell’euro di 1,3 punti percentuali deriva dall’aumento del valore aggiunto lordo delle imprese (+ 1,1%), mentre le retribuzioni dei dipendenti (salari e contributi sociali) più le tasse meno i sussidi alla produzione sono diminuite dell’1,1%. L’aumento del tasso di investimento delle imprese è dovuto all’aumento (+2,1%) degli investimenti fissi lordi delle imprese, a un ritmo leggermente più rapido rispetto all’aumento del valore aggiunto lordo (1,1%).
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