“L’attuale compressione dei margini nel mondo dell’asset mangement può essere affrontata o con un ulteriore processo di consolidamento o con una maggiore ingegnerizzazione dei prodotti”
Davide Maspero, titolare del corso di Asset Management all’Università Bocconi di Milano
Non è stata solo protagonista di una crescita strutturale in termini di patrimonio. Nell’ultimo ventennio, l’industria del risparmio gestito è stata al centro di una rivoluzione (o meglio evoluzione) radicale che ha creato un sistema complessivamente più avanzato. “Rispetto a 20 anni fa ci sono stati notevoli miglioramenti, scaturiti innanzitutto da un quadro normativo in continua trasformazione che ha spinto gli intermediari ad adottare procedure e comportamenti più virtuosi – commenta Davide Maspero, titolare del corso di Asset Management all’Università Bocconi di Milano –. Oltre a considerare l’impatto positivo di un’innovazione tecnologica a 360 gradi, che oggi consente di fare cose che prima non si potevano fare”.
Eppure il sistema deve fare i conti con una pressione sui margini che ha spinto, e sta spingendo ancora, l’industria verso il consolidamento.
Il problema della riduzione dei margini è un fenomeno di lungo termine che interessa non solo l’Italia, ma il mercato a livello globale. A pesare, in particolar modo, sono i maggiori costi derivanti sia dall’innovazione tecnologica sia dall’impianto regolamentare. Spese che sotto una certa soglia di masse gestite non sono più giustificabili. Così, i player più piccoli tendono a scomparire, favorendo un processo di consolidamento del settore. Ma, oltre al nodo dei costi, l’industria deve fare i conti anche con una riduzione dei ricavi, per effetto della maggiore diffusione di strumenti a gestione passiva, che hanno una marginalità più bassa rispetto ai prodotti a gestione attiva.
Perché questa maggiore attenzione verso il passivo?
Uno degli elementi che sta favorendo il passaggio dall’attivo al passivo è sicuramente la maggiore consapevolezza della clientela. Mi spiego: ormai diventa sempre più evidente che solo una parte limitata della gestione attiva è in grado di superare (e in maniera persistente nel tempo) il benchmark di riferimento. E questo fenomeno sta favorendo uno spostamento dei flussi di risparmio verso prodotti che non incorporano un rischio di sottoperformance. Altro aspetto da prendere in considerazione, poi, è la riduzione dei tassi, che su molte asset class ha portato a un calo dei rendimenti, facendo emergere così ancora di più il peso delle spese sostenute, che con la Mifid di secondo livello, tra l’altro, sono diventati più evidenti e palpabili. In un mondo dove la liquidità rendeva il 5%, per fare un esempio, costi nell’ordine dell’1% annuo non attiravano l’attenzione dei risparmiatori. Diverso è se si parte da una base di rendimento a zero o addirittura negativo.
E poi sono aumentati anche gli obblighi informativi…
Certo, ma oltre a ricevere più informazioni dagli intermediari è il cliente stesso che si informa di più e cerca di capire meglio in cosa sta investendo. Inoltre, oggi i risparmiatori hanno a disposizione piattaforme più moderne per confrontare tra loro i diversi prodotti e di conseguenza hanno una maggiore capacità di valutazione e selezione.
Come vede il futuro dell’industria?
Personalmente credo che l’attuale compressione dei margini possa essere affrontata o con un ulteriore processo di consolidamento, oppure con l’innovazione dei prodotti. Pensiamo per esempio ad asset come il private debt o il private equity, che 20 anni fa erano a esclusivo appannaggio degli investitori professionali. Ora, invece, grazie all’ingegnerizzazione dei prodotti, sono alla portata anche della clientela privata (alcuni strumenti hanno soglie minime di accesso di 5mila euro, ndr). Bisogna proseguire su questa strada.
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