In un’intervista a 360°, il gestore del fondo di private equity Mandarin Capital parla di come Coronavirus e guerra commerciale abbiano rivelato al mondo le fragilità della Cina. “Gli investitori ripenseranno la loro esposizione verso il Paese, ma l’economia reggerà il colpo”. Per l’Italia invece…
Alberto Forchielli
Una lucida analisi sui fatti d’attualità – dal coronavirus alle elezioni presidenziali americane – da parte di uno degli economisti e investitori più accreditati del momento. Alberto Forchielli, raggiunto telefonicamente da FocusRisparmio nei suoi uffici di Bangkok, dice la sua e spiega le strategie dei fondi della Mandarin Capital Partners, la società d’investimento che ha contribuito a fondare.
La gestione dell’emergenza coronavirus da parte del governo italiano è efficace dal punto di vista sanitario e sostenibile economicamente?
Analizzata dal punto di vista sanitario si, l’azione del governo sembra avere la sua efficacia. Temo che avrà pesanti ripercussioni economiche per l’Italia, ma credo sia inevitabile: tanto più incisive sono le misure sanitarie, tanto più forte l’impatto negativo sulla crescita del Pil.
Si è spiegato come mai l’Italia sia il terzo Paese al mondo per numero di casi di coronavirus?
Il problema originario è stato nella gestione del primo contagiato nell’ospedale di Codogno. Si è lasciato che il primo caso accertato infettasse per almeno 36 ore un numero altissimo di persone.
Le misure di prevenzione sanitaria degli altri Paesi sono altrettanto efficaci?
Cina e Corea del Sud, i due Paesi più colpiti da virus, stanno affrontando la questione con misure efficaci ma draconiane, molto invasive dal punto di vista della limitazione della libertà delle persone, come ad esempio la chiusura delle scuole e il blocco delle attività. L’Italia sta prendendo questa direzione, quasi per necessità, visto l’elevato numero di casi registrati. Germania e Francia sicuramente approcceranno la malattia meglio di noi dal punto di vista sanitario e non commetteranno gli errori compiuti da noi a Codogno.
Questa emergenza sanitaria mondiale avrà ricadute sull’immagine internazionale della Cina?
Certamente sì. Diciamo che gli ultimi due anni non sono stati facili per il Paese. Fra guerra commerciale, furti tecnologici, ostracismo da parte degli Usa e, infine, il coronavirus, l’amministrazione di Pechino ha avuto delle belle gatte da pelare. Sicuramente gli investitori esteri, una volta passata questa emergenza, ricalcoleranno la loro esposizione sulla Cina e molte imprese, laddove possibile, cominceranno a delocalizzare le proprie industrie e le proprie fonti di fornitura in altri Paesi.
Quali?
Questo dipende anche dal settore di appartenenza. Ad esempio, le aziende del farmaceutico potrebbero trovare interessante spostare le produzioni in India, quelle del tessile in Bangladesh e così via. Il governo cinese cercherà in tutti i modi di ostacolare questi deflussi che però saranno inevitabili. Ormai i buoi sono fuori dalle stalle: le crisi che ho elencato prima hanno mostrato le fragilità della Cina di cui gli investitori probabilmente non avevano ancora tenuto conto fino in fondo negli anni passati.
Quindi l’economia cinese rischia una battuta d’arresto?
Questo no, tutt’altro. Penso che la Cina possa avere una fortissima recovery a partire dalla seconda parte dell’anno. È pur sempre un’economia molto dinamica e saprà evitare la contrazione economica grazie alla domanda interna – che assorbirà parte della minor domanda estera – e grazie alla liquidità che il governo e la Banca centrale immetteranno nel sistema. Un’economia cresciuta del 6% l’anno sino ad ora non si mette in ginocchio con un’epidemia.
Cosa ne sarà del progetto della Via della Seta?
La Via della Seta non morirà ma penso che se ne parlerà molto di meno, calerà l’interesse a livello mediatico, anche perché gli investimenti cinesi in questo progetto diminuiranno.
E in Europa?
L’Italia probabilmente è il Paese che risentirà di più dell’emergenza sanitaria da coronavirus. Germania e Francia sicuramente approcceranno la malattia meglio di noi dal punto di vista sanitario e riusciranno ad evitare la recessione. Penso che la Germania sia molto lontana dal tramonto economico che molti paventano. I tedeschi sapranno reinventarsi con brillantezza anche nei settori oggi più critici come l’automotive.
Trump però non ama particolarmente la Germania.
Certamente no. Trump odia la Germania più di quanto non faccia con la Cina e dopo la sua rielezione – perché sarà rieletto presidente degli Stati Uniti – il suo focus si sposterà sull’Europa. I tedeschi hanno un avanzo di bilancio commerciale più alto di quello della Cina in termini percentuali sul Pil, non investono in difesa – anche se sono l’unico Paese che potrebbe farlo – e giocano su due sponde con Putin, cosa che non piace assolutamente a Trump.
Lei è d’accordo con questa visione?
La Germania è la quintessenza di un Paese opportunista. Sono d’accordo che dovrebbe spendere di più all’interno della Nato, aumentare la spesa pubblica e le importazioni, essere più cauta nell’apertura verso la Russia e puntare su un rafforzamento dell’euro.
Ha detto che Trump potrebbe vincere le elezioni di novembre, ne è così convinto?
Penso che le probabilità che Trump sia rieletto sono alte. È uscito vincitore dalla guerra dei dazi con la Cina e ora sta capitalizzando questo successo nella corsa elettorale, anche perché i suoi avversari nelle fila dei democratici non sembrano poter dare molto fino da torcere. Del resto, la presidenza Trump ha fatto bene alla ripresa del mercato del lavoro, al settore industriale e ai mercati finanziari; quali sono i motivi per cui un americano non dovrebbe votarlo?
E dopo la sua rielezione?
Ora Trump ha saggiamente accantonato il tema dei dazi, questione che riprenderà in mano a fine anno stavolta contro l’Europa. Punterà a colpire i nostri settori di punta come automotive e agricoltura.
Le politiche del Green Deal possono essere sufficienti a rilanciare il progetto europeo?
Per ora ho visto solo fuffa, grandi proclami e nulla di concreto. Non riesco a capire la prospettiva di questi grandi progetti annunciati dalla nuova Commissione. Dal mio punto di vista sono scettico sul fatto che le nostre medie imprese riescano a trarne vantaggio. L’Europa ha bisogno di altro: oggi non è un mercato unico per tante ragioni, in primis quelle culturali. Non siamo nemmeno lontanamente paragonabili a quello che sono gli Stati Uniti d’America, manca una visione: non abbiamo le grandi Università, le grandi aziende tecnologiche, manca un mercato finanziario unico, ci sono giurisdizioni diverse, lingue diverse e così via.
Da investitore internazionale, quali sono i settori e le aree geografiche dove punterebbe e quali le sembrano più in difficoltà in questo momento?
In questa fase di emergenza penso che i settori più colpiti siano il lusso e l’industria, del resto l’export sta risentendo molto della diffusione del coronavirus. In prospettiva, gli Usa restano il più importante mercato di sviluppo per le imprese europee in cui investiamo. L’economia è molto vigorosa, la demografia solida e positiva, i mercati liberi e aperti. Per le imprese è il mercato dove si fanno i migliori margini.
Siamo positivi sulle capacità di recupero della Cina: privilegiamo i settori di largo consumo perché meno ciclici e quindi più resilienti rispetto ad un futuro rallentamento dell’economia mondiale. In Europa le economie con le prospettive migliori sono Olanda, Germania e Paesi scandinavi: sono i Paesi più moderni e gli unici che sono riusciti a consolidarsi in settori strategici come la tecnologia.
A livello settoriale i comparti trainanti saranno quelli di cui più si parla oggi: mobilità sostenibile, intelligenza artificiale, internet of things, fonti rinnovabili di energia, il cloud, la space economy. Purtroppo, bisogna constatare che sono poche le aziende europee leader in questi settori.
Come si muove Mandarin in questo scenario? Quali sono le strategie d’investimento?
Cerchiamo di investire in aziende europee che riescono a capitalizzare vantaggi competitivi significativi e che operino in settori dinamici e molto frammentati. Il nostro target ideale sono le società con una capitalizzazione media fra 50 e 100 milioni e con un fatturato di norma compreso in un range tra 40 e 300 milioni di euro. Credo molto nelle aziende che hanno mercato internazionale orientato agli Stati Uniti, per i motivi che dicevo prima. A oggi abbiamo investito nel settore del caffè, della ceramica, degli accessori per la moda e nel farmaceutico. Il nostro holding period è in media 3-4 anni, dopodiché realizziamo attraverso la vendita ad altri fondi potenzialmente interessati oppure a società più grandi che vogliono crescere per linee esterne, acquisire nuove linee di business o nuovi mercati e consolidare il settore.
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