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Con le riforme di aprile e le linee guida di luglio il mercato dei fondi cinese è più competitivo. Così i player stranieri sono incentivati a rafforzare la loro presenza onshore nel Paese
Grazie alle riforme entrate in vigore il 1° aprile di quest’anno e alle bozze di nuove linee guida dettate dalla China Securities Regulatory Commission (Csrc) – la Consob cinese, ndr – l’industria del risparmio gestito in Cina è entrata in una nuova era, con un quadro normativo aggiornato, una maggiore liberalizzazione del mercato e più concorrenza.
“Uno scenario nuovo che crea numerose opportunità ma allo stesso tempo pone diverse sfide all’orizzonte”, argomenta Ye Kangting, senior analyst di Cerulli Associates.
Il contesto
Dal 1° aprile scorso in Cina sono state completamente abolite le limitazioni alla proprietà straniera nelle società di gestione di fondi comuni d’investimento commercializzati nel Paese. Significa che da quest’anno i player stranieri possono liberamente costituire le loro società di gestione in Cina direttamente o convertendo quelle già esistenti create precedentemente attraverso accordi con partner cinesi.
“In questo nuovo scenario i player stranieri sono incentivati a rafforzare la loro presenza onshore sul mercato dei fondi cinese”, sostiene Cerulli. È di fatto quello che sta accadendo con diverse case di gestione estere, soprattutto americane, che da diversi anni hanno avviato partnership con istituti e asset manager locali oppure creato delle apposite società di gestione.
J.P. Morgan ha raggiunto un accordo con il suo partner cinese, Shanghai Trust, per aumentare la sua partecipazione nella joint venture China International Fund Management dal 49 al 100%. Altri tre manager – BlackRock, Neuberger Berman e Fidelity – hanno presentato richieste per costituire le loro società. Lato player italiani merita menzione Eurizon, presente in Asia con Eurizon Capital (HK) Limited e la cinese Penghua Fund Management controllata al 49%.
Tuttavia, Cerulli nota che alcuni operatori potrebbero ritardare il loro ingresso nel mercato a causa della pandemia o perché stanno valutando le varie linee guida del settore che nel frattempo verranno lanciate.
A luglio la Csrc ha stilato delle bozze di linee guida che prevedono il passaggio – spiega Cerulli in una nota – dal principio “una [partecipazione di] minoranza, una di controllo” potrebbe essere sostituito dal principio “una minoranza, una di controllo e una licenza”.
Ciò significa che ogni singolo istituto finanziario può investire in Cina in non più di due Sgr e può detenere il controllo di una sola di queste due società; inoltre, può avere una partecipazione di controllo in un altro asset manager in possesso della licenza pubblica di operare. Cerulli ritiene che la norma intensificherebbe ulteriormente la concorrenza nel settore e l’attività di gestione dei fondi al dettaglio sarà quindi ulteriormente aperta a banche, società di intermediazione mobiliare, assicuratori e altri player.
“La bozza delle linee guida di luglio permette ad un azionista straniero di mantenere una buona reputazione a livello internazionale, con performance decenti in termini di asset in gestione, ricavi e profitti. Questo potrebbe essere interpretato come un vantaggio per le grandi società di fondi globali che desiderano entrare in Cina”, sostiene Ye Kangting. Dall’altro lato, però, l’esperto non dimentica che “la penetrazione del mercato richiede tempo e i gestori stranieri dovrebbero sfruttare la loro esperienza internazionale per avere successo mentre concentrano i loro sforzi nell’assumere talenti locali, costruire track record, migliorare la reputation del brand e rafforzare le loro relazioni sia con i regolatori che con i distributori”.