L’inflazione galoppa anche in Europa. Come proteggersi
A settembre +3,4%, il top dal 2008. Per i mercati la fiammata è sì transitoria ma durerà più a lungo. Gam: “Fate spazio ad asset come azionario ciclico, materie prime e bond indicizzati”
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Nonostante Pechino provi a rubarle la scena, l’inflazione resta il sorvegliato numero uno dei mercati. D’altra parte era da un po’ che non si vedevano numeri così: a settembre l’indice dei prezzi dell’Eurozona è volato al 3,4% e negli Stati Uniti si è arrivati addirittura al 5,3%. Mentre le banche centrali vanno quotidianamente ripetendo all’unisono il mantra che si tratta di un aumento temporaneo, ormai gli investitori sono convinti che siamo comunque di fronte ad una “transitorietà” che durerà piuttosto a lungo.
L’inflazione, si sa, è tra le principali paure di chi investe nell’obbligazionario, ma può avere ripercussioni negative anche per coloro che puntano sull’equity. Non è però ingestibile, e coprirsi dai rischi è comunque possibile.
“Per le autorità politiche e monetarie, un lieve e costante aumento dei prezzi al consumo rappresenta una condizione ideale – spiegano gli esperti Mfs Im -. Un modesto rincaro dei prezzi favorisce la crescita economica perché incoraggia i consumatori ad acquistare oggi beni e servizi che domani saranno più cari. Tuttavia, un’inflazione eccessiva erode il potere d’acquisto. La deflazione, ossia il calo del livello dei prezzi, ha l’effetto opposto. Quando i prezzi scendono, gli investitori ritardano gli acquisti e attendono ulteriori ribassi, il che indebolisce l’attività economica”.
Com’è ovvio i debitori accolgono favorevolmente livelli contenuti di inflazione. Un rialzo dei prezzi con contestuale (ci si augura) crescita dei redditi riduce l’incidenza dei debiti a tasso fisso, come i mutui, sul bilancio delle famiglie. Per lo stesso motivo, anche importanti emittenti di debito come governi e grandi aziende vedono con favore lievi aumenti dei prezzi.
Gli esperti Mfs Im ricordano come, in generale, si possono distinguere due tipi di inflazione, entrambi in qualche misura presenti nell’economia statunitense in questa fase di ripresa post pandemia. “Il primo tipo, l’inflazione trainata dalla domanda – chiariscono -, si verifica quando la domanda di beni e servizi supera la capacità di offerta dell’economia. Nell’ultimo anno circa, con l’emergere dell’economia dal lockdown, abbiamo visto diversi esempi di questo tipo di inflazione. L’altro tipo, alimentato dai costi, è riconducibile al rincaro di input quali manodopera e materie prime, spesso dovuto a shock sul fronte dell’offerta, che si traduce in un aumento dei prezzi”.
L’inflazione è ovviamente nemica degli investitori obbligazionari perché nel tempo erode il potere di acquisto delle cedole fisse delle obbligazioni. Ma può causare difficoltà anche agli investitori azionari, soprattutto nel breve periodo, anche se storicamente le azioni hanno offerto una solida copertura a lungo termine contro gli effetti dei livelli moderati di inflazione. “Nel breve periodo – argomentano gli esperti Mfs Im -, l’aumento dei costi degli input può erodere i margini di profitto delle aziende, specialmente di quelle che operano in settori altamente competitivi che offrono scarso pricing power. La storia del secondo dopoguerra mostra che le fasi caratterizzate da inflazione molto elevata possono risultare penalizzanti per le azioni, vista la pessima performance realizzata da questi titoli durante le impennate a due cifre dell’indice dei prezzi negli anni ’70″.
Anche gli effetti indiretti dell’inflazione possono avere un impatto negativo sulle azioni. Come ricordano gli esperti, un rialzo dei tassi d’interesse volto a contrastare l’inflazione può ad esempio causare una contrazione delle valutazioni degli asset, giacché il valore attuale netto dei flussi di cassa futuri di un’azione deve essere scontato utilizzando un tasso d’interesse più alto. “Questo rende soprattutto i titoli growth particolarmente sensibili ai tassi d’interesse, cosa di cui gli investitori dovrebbero probabilmente tenere conto nell’attuale contesto di bassi tassi d’interesse e valutazioni elevate”, precisano.
Proteggersi dall’aumento dei prezzi è però possibile. “Tra gli asset che hanno storicamente contribuito a controbilanciare l’impatto di un aumento dell’inflazione figurano attivi tangibili come immobili e materie prime, azioni value (che tendono a esibire valutazioni inferiori e una minore sensibilità ai tassi d’interesse delle azioni growth), Treasury Inflation-Protected Securities (Tips) e titoli a tasso variabile”, evidenziano gli esperti Mfs Im. Che concludono sottolineando come, per contro, i contesti di aumento inflazionistico hanno generalmente ridotto l’attrattiva delle obbligazioni a lunga duration, dei titoli con caratteristiche obbligazionarie come quelli appartenenti ai settori di utility e infrastrutture non indicizzate all’inflazione, e delle azioni growth.
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