Dividendi record nel 2019. Italia al top in Europa
Toccata quota 1.430 miliardi di dollari. E per il 2020 Janus Henderson prevede una crescita sottostante del 4% e un nuovo massimo a 1.480 miliardi
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Il quadro è tutt’altro che incoraggiante: tra debito pubblico e carenza strutturale di investimenti, l’Italia difficilmente può tornare a crescere. Per questo Alessandro Tentori, cio di Axa Im Italia, raccomanda cautela, anche alla luce del fatto che gli effetti del coronavirus non sono ancora quantificabili.
Intanto, nelle sue stime economiche invernali, la Commissione ha limato la crescita annua del nostro Paese da +0.4% a +0.3% nel 2020 3 da +0.7% a +0.6% nel 2021, mentre il profilo del Pil a livello di Zona Euro è rimasto invariato a +1.2% per il biennio. “Ovviamente, queste stime non tengono conto degli effetti del probabile rallentamento economico della Cina – sottolinea Tentori -, che potrebbero avere ripercussioni cicliche molto importanti. Va ricordato che la Cina è altamente integrata nel network commerciale e finanziario globale, situazione molto differente dal novembre 2002, quando compare la Sars”.
Rimane quindi un quadro congiunturale nazionale abbastanza deludente, ma il problema secondo l’esperto è la carenza di crescita strutturale. “Il potenziale di crescita di una economia è una funzione di tre fattori: lavoro, capitale e tecnologia – spiega -. Non mi soffermo sulla traiettoria demografica e in particolare sulla popolazione in età da lavoro, che come in altri Paesi, si guardi per esempio alla Germania, avrà un contributo negativo al Pil potenziale nell’immediato futuro. Consentitemi invece di insistere sulla carenza strutturale di investimenti”.
Numeri alla mano, Tentori evidenzia infatti come gli investimenti siano rimbalzati dopo la Grande Crisi Finanziaria in tutte le economie avanzate censite dal Fondo Monetario Internazionale. In alcuni Paesi come la Germania si trovano livelli addirittura più alti del decennio 1999-2008. In Italia, invece, gli investimenti si attestano al 17.5% del Pil, cioè 4 punti percentuali sotto il livello del decennio 1999-2008.
Come se non bastasse il nostro Paese deve fare i conti anche con un altro problema, quello del debito pubblico, aumentato di quasi un punto percentuale nel quinquennio 2015-2019 e stimato dalla Commissione Europea a 136.2% del Pil nel 2019. “Senza entrare nel merito del programma economico dei vari governi che si sono passati il testimone nell’ultimo decennio, vorrei però evidenziare come la carenza strutturale di inflazione e di crescita siano un problema per la traiettoria del debito pubblico – afferma l’esperto -. Mantenendo costanti il costo del debito (3.5% del Pil) e l’avanzo primario (1.3% del Pil), sia il Pil che l’inflazione devono accelerare all’1.1% per mantenere il rapporto debito/Pil costante ai livelli attuali. L’accelerazione del Pil sarebbe peraltro sorprendente in un contesto di crescita potenziale stimata a +0.5% e di crescente incertezza congiunturale proveniente dalla Cina”.
Ovviamente, il fattore ‘costo del debito’ va tenuto in considerazione: la Bce continua gli acquisti di obbligazioni nell’ambito del Pspp e la graduale riduzione dello yield sulla curva dei Btp abbassa anno dopo anno il costo del debito, riducendo così la necessità di crescere o inflazionare l’economia per mantenere costante il rapporto debito/Pil. “Sottolineo ancora una volta ‘mantenere costante’. Si apre quindi una discussione politica in cui Mario Draghi intervenne a più riprese, cioè l’assenza di riforme necessarie allo sviluppo e alla crescita in un periodo di bonanza sul costo del debito. In poche parole, la politica Europea ha perso una occasione molto favorevole, creata dalla politica monetaria, per stabilizzare i parametri del debito pubblico”, osserva l’esperto.
Ecco insomma che per Tentori che il rallentamento ciclico registrato ancor prima della scoperta del Coronavirus suggerisce un livello di cautela particolarmente alto per le previsioni economiche. In particolare, a detta dell’esperto, questa cautela va applicata a quei Paesi caratterizzati non solo da un deficit strutturale di investimenti (i.e. crescita potenziale bassa), ma anche da un livello di debito molto alto rispetto agli standard dei paesi avanzati. “L’Italia è in pole position in questa lista. L’effetto positivo e a mio avviso necessario della politica monetaria si sente ancora, per fortuna. Resta da capire se la politica monetaria sia lo strumento adatto per contrastare un trend che ha poco di tendenziale e molto di strutturale. Forse sarebbe più adatto un blend di strumenti, dalla politica fiscale a quella macroprudenziale, il tutto condito con una buona dose di politica monetaria”, conclude.
