“Il governo cambi le regole sui Pir”
Artoni (IMPact Sim): "La confusione normativa ha creato stallo. Più spazio alle Pmi e agli strumenti liquidi"
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I Pir si rimettono in marcia, dopo lo stop forzato del 2019. E nelle casse delle quotate di Aim finiranno, solo nel 2020, 230 milioni aggiuntivi (rispetto a una capitalizzazione totale di quel mercato di 6,7 miliardi di euro). La previsione è di Anna Lambiase, founder e ceo di Ir Top Consulting, contenuta in un report appena pubblicato sul tema. Ma questo afflusso di capitale produrrà una serie di effetti benefici per le imprese, che avranno capitali freschi da investire per la crescita e per il listino stesso che vedrà aumentare il numero di Ipo e il flottante medio, oltre che la presenza di investitori internazionali.
Tutto merito della scelta, che Lambiase ritiene decisiva, di rimuovere il venture capital dalla normativa che aveva rivisto la struttura dei Pir nel 2019. “Il venture capital non è compatibile con i portafogli Pir: si trattava di una anomalia dei capital market ha competenze diverse da quelle del VC. Eliminato questo obbligo, già assistiamo alla rinascita dei Pir. La normativa ora aderisce alla formulazione corretta e adeguata all’investimento in economia reale”.
Non è un caso che a gennaio le case di affari abbiano iniziato a riaprire le sottoscrizioni: per prime Arca, AcomeA, Sella e Zenit a cui seguiranno a febbraio Eurizon, Amundi, Pramerica, Dws, Mediobanca e via via da tutte le altre. Che hanno prospettive per il 2020 di una raccolta tra i 2,5 e i 3,5 miliardi, in linea con quella realizzata nel 2018.
Un’altra importante novità della nuova versione dei Pir è che essi devono investire il 17,5% in titoli fuori da Ftse Mib e il 3,5% in small cap, definizione nella quale ricadono circa 319 società sul mercato regolamentato, comprese le circa 130 di AIM.
L’impatto su Aim è particolarmente importante per due ragioni: perché le imprese italiane sono per oltre il 90% pmi e dunque candidate d’elezione al listino alternativo e perché negli ultimi tre anni i giochi della Borsa italiana si sono fatti proprio su questo mercato, che ha accolto il 90% delle Ipo totali.
“Nel 2020 ci aspettiamo che questo trend prosegua – spiega lambiase – anche per effetto degli incentivi alla quotazione che consentono alle matricole di ottenere un credito di imposta del 50% sulle spese di Ipo e che auspichiamo sia rinnovato anche per i prossimi anni. Insomma, ci sono tutti i numeri per spingere verso la Borsa la pletora di pmi solide ma bisognose di finanza per la crescita”. Non solo. “Ci attendiamo anche il ritorno delle Spac. Nell’anno di punta dei Pir, il 2017, quando la raccolta ha segnato un boom di 11 miliardi di euro le operazioni finanziarie con veicoli hanno avuto grosso aumento. Con i Pir, insomma, si può chiudere il gap che ci separa in termini di equity con l’Europa e che è enorme”.
Se l’impatto potenziale dei nuovi PIR su AIM Italia è di 231 milioni di nel 2020, pari all’8% della previsione, conservativa, di una raccolta complessiva di 3 miliardi, gli effetti di questa dinamica non si esauriranno a questo.
“L’arrivo di capitali freschi aumenterà il numero delle Ipo e il flottante medio delle singole operazioni perché le azioni potranno scambiare più facilmente anche su listini come Aim, avendo il sostegno di capitali freschi. Si innescherà un circolo virtuoso che amplificherà il valore del mercato e la disponibilità delle risorse per le imprese e in definitiva per il Paese”.
L’ulteriore afflusso di liquidità derivante dai PIR di terza generazione potrebbe generare nell’arco del triennio 2020-2022 un triplice effetto positivo su Aim Italia. “Innanzitutto, ci aspettiamo un incremento del numero di società quotate, circa il 30% in più per ognuno dei tre anni. Stimiamo inoltre, un aumento della raccolta media del +69%: dunque ci aspettiamo che la dimensione media per Ipo passerà dai 5,9 milioni attuali al 10 milioni e il flottante medio dal 24% al 30%, per soddisfare la domanda di maggiori investimenti – spiega Lambiase – Le stime si fondano sulle nostre proiezioni derivanti sull’analisi storica effettuata sul mercato AIM Italia, in particolare nel biennio 2017-2018, periodo che ha beneficiato degli effetti dei PIR introdotti per la prima volta a fine 2016: la dimensione media della PMI quotata tra il 2017 e il 2018 è stata pari a 39 milioni di euro in termini di ricavi, segnando una crescita di circa 3 volte rispetto a 14 milioni di euro nel 2016, la raccolta media si è attestata a 9,8 milioni di euro (6,4 milioni di euro nel 2016) e il flottante medio in Ipo è stato pari al 26% (15% nel 2016)”.
Ma tutto questo innescherà un circolo virtuoso che, in ultima analisi, farà crescere la nostra economia. “Le aziende di Aim mostrano metriche molto interessanti – spiega Lambiase – per esempio nel 2018 hanno segnato una crescita media dei ricavi anno su anno del 29% e un ebitda margin del 15%, oltre un incremento del tasso occupazionale del 18%. È chiaro che il legislatore abbia puntato sullo strumento con l’obiettivo di finanziare la piccola e media impresa italiana a favore di un progetto di crescita che vede un ritorno in termini di occupazione, fatturato e redditività. E che potrà fare da volano per una ripresa congiunturale auspicabile”.
