Coronavirus e petrolio: ecco i veri impatti
In attesa della riunione Opec+ del 5 marzo gli operatori sono in attesa della decisione della Russia su un ulteriore taglio alla produzione. E l’agenzia IEA taglia le stime sulla domanda
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L’effetto coronavirus sul petrolio rischia di essere particolarmente pesante e per questo i mercati, dopo la sforbiciata della Fed, si aspettano un altro taglio, quello dell’Opec. I Paesi produttori avevano già concordato di approfondire i tagli esistenti di 500.000 bbl a partire dal primo gennaio, e questo, unito alle interruzioni di produzione non pianificate in Iran, Libia e Venezuela, secondo Michel Salden, senior portfolio manager di Vontobel Am, spiega perché la produzione di febbraio è scesa a 27,9 milioni di barili al giorno (contro i 30,7 mbpd di un anno fa).
“Tuttavia questi numeri sono stati tutti fissati a dicembre e prima che il virus Covid19 soffocasse la domanda di petrolio cinese – avverte l’esperto -. Per un po’ di tempo il mercato ha operato nell’ipotesi che Covid19 sarebbe rimasto un evento legato solo alla Cina e gli operatori si aspettavano una ripresa a V della domanda cinese nel corso di quest’anno. La situazione è cambiata drasticamente quando Covid19 si è diffuso in Corea e in Europa e negli Stati Uniti. Poiché lo shock della domanda di petrolio si sta diffondendo nel resto del mondo, i mercati si aspettano che un altro taglio di 1-1,5 mbpd dall’Opec sia necessario per compensare il calo della domanda al di fuori della Cina”.
Negli ultimi due giorni il petrolio si è ripreso fortemente considerata l’aspettativa di un taglio di 1 mbpd da parte dell’Opec. “C’è il rischio che i mercati blocchino i profitti vendendo alcune posizioni venerdì, soprattutto se l’Opec rimarrà nella fascia bassa di queste nuove quote”, spiega ancora Salden, secondo cui andando avanti saranno quattro i fattori chiave che determineranno la traiettoria del prezzo del barile. Il primo è se l’attività economica in Cina si riprenderà finalmente in aprile, il secondo riguarda quanta domanda al di fuori della Cina andrà persa se il coronavirus si diffonderà ulteriormente. Il terzo è se la produzione libica riprenderà a crescere e, infine, l’ultimo, ovvero se la produzione di scisto degli Stati Uniti vedrà finalmente un drastico rallentamento ai livelli di prezzo attuali e come risponderanno i perforatori di scisto se l’Opec taglierà in modo aggressivo.
Intanto, a detta di Salden, l’oro ha perso circa il 6,5% la scorsa settimana e non ha fornito le caratteristiche di copertura che ci si aspetterebbe normalmente durante le vendite di azioni della scorsa settimana (SP500 ha perso il 13% dal suo picco). “Gli investitori hanno liquidato l’oro per coprire le perdite sul mercato azionario e per coprire le richieste di margini in altre asset class. La pressione per creare liquidità istantanea spiega perché l’oro agisca come una copertura perfetta in presenza di una leggera volatilità del mercato azionario, ma non in presenza di movimenti estremi visti le ultime settimane”, spiega.
“Ora ci aspettiamo che l’oro sia più in linea con i suoi fondamentali positivi, quando si normalizzerà la cessione del capitale proprio. L’oro è a buon mercato rispetto ai suoi fondamentali (inverso rispetto al tasso di interesse reale sud a 5 anni e al Trade-weighted Us dollar index), ma anche rispetto all’importo totale del debito a rendimento negativo. In risposta alle crisi di Covid19 tutte le principali banche centrali abbasseranno i tassi di interesse e, dato che la banca centrale statunitense ha appena tagliato di 50 pb, il dollaro si indebolirà fornendo un supporto strutturale all’oro. Inoltre, le banche centrali dei mercati emergenti sembrano aumentare le loro riserve auree”, conclude Salden.
