Non ci sono solo le tensioni mediorientali. M&G vede incognite pure da voto Usa, trade war e proteste di massa. E dalla “grande crisi di cui nessuno parla”, lo stress idrico
Charles de Quinsonas, gestore del fondo M&G (Lux) Emerging Markets Corporate ESG Bond Fund
Con la riaccensione delle tensioni mediorientali dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani da parte degli Usa la geopolitica è tornata a farsi risentire con prepotenza sui mercati. Certo, gli esperti appaiono abbastanza unanimi nell’invitare alla calma di fronte alla crisi Usa-Iran: la sensazione di molti è che alla fine prevarrà la realpolitik, e di conseguenza si eviterà di portare l’escalation a livelli pericolosi. Da questo punto di vista, pur non escludendo scossoni di breve, molti gestori prevedono che in un orizzonte di lungo periodo l’impatto sui mercati dovrebbe essere moderato. Ma non c’è solo il fronte mediorientale tra i fattori di rischio in grado di impattare sui mercati, in particolare in aree più esposte come quelle emergenti.
Secondo Mark Haefele, Global Chief Investment Officer Wealth Management di Ubs, “le tensioni tra Stati Uniti e Iran sembrano destinate a proseguire, ma il nostro scenario di riferimento non prevede un’escalation di rilievo, poiché i due Paesi non hanno interesse a scatenare un conflitto militare di più ampia portata”. L’esperto precisa che Ubs mantiene l sovrappeso sulle azioni statunitensi e dei mercati emergenti e continua ad aspettarsi una stabilizzazione del greggio su livelli più bassi. Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di Union Bancaire Privée (UBP), nota inoltre che ultimamente “i mercati mostrano una scarsa correlazione o sensibilità ai rischi geopolitici”. Di conseguenza, “è importante che gli investitori non perdano di vista il quadro generale, nonostante le fluttuazioni a breve termine dei prezzi degli asset”.
Resta il fatto che le incognite geopolitiche tendono a moltiplicarsi, e non si potrà non tenerne conto, soprattutto in relazione ad aree fisiologicamente più esposte agli scossoni esterni, come per esempio i Paesi emergenti. È questa l’opinione di Charles de Quinsonas, gestore del fondo M&G (Lux) Emerging Markets Corporate ESG Bond Fund. “L’anno scorso è stato molto movimentato nei mercati emergenti con la sua quota di dazi/sanzioni statunitensi, i cambiamenti di regime in molti Paesi, le proteste di massa a tutti i livelli”. L’esperto ha compilato una lista dei fattori di rischio da monitorare alla luce dei possibili effetti sui mercati emergenti, a partire ovviamente dalle tensioni nel Golfo Persico. “Si sa che il rischio geopolitico è importante quando alcuni droni non sofisticati possono sospendere il 5% della fornitura mondiale di petrolio (o il 50% della capacità petrolifera dell’Arabia Saudita) per una notte. È successo a settembre 2019 e ha ricordato a tutti non solo quanto fragile fosse lo status quo del Golfo Persico, ma anche l’impatto di vasta portata che qualsiasi tipo di escalation avrebbe potuto avere per il resto del mondo con il greggio in aumento + 15% il giorno successivo all’attacco”, sottolinea de Quinsonas. Ora l’Iran affronta le elezioni parlamentari nel febbraio 2020 in un contesto di forte recessione economica dopo due anni di sanzioni unilaterali dagli Stati Uniti, e “le elezioni potrebbero far rivivere le tensioni quest’anno e l’escalation in Medio Oriente potrebbe avere un impatto significativo sui prezzi delle attività nella regione poiché il premio per il rischio rimane relativamente basso in alcuni paesi con rating più elevati come Arabia Saudita, Qatar, Kuwait o Emirati Arabi Uniti”. Altri Paesi, come Bahreine Oman sono ancora più vulnerabili. E per l’esperto è improbabile che le tensioni USA-Iran svaniscano nel 2020.
Ancora più pesante è il possibile impatto della guerra Usa-Cina, secondo de Quinsonas uno dei maggiori rischi per i mercati emergenti, le cui economie continuano a fare ampio affidamento sul commercio globale. “Il principale canale di contagio proviene dal Pil cinese più debole, che porta alla conseguente riduzione della domanda di materie prime”, osserva il gestore, ricordando che l’Africa sub-sahariana dopo il Medio Oriente è il secondo maggiore fornitore di greggio alla Cina, cui fornisce anche metalli. Ma è pur vero che da questa situazione alcuni Paesi in via di sviluppo sono emersi come vincitori. “Vietnam, Messico, Malesia e Tailandia hanno tutti beneficiato di un aumento diretto delle esportazioni a causa della deviazione della domanda statunitense dalla Cina o di un aumento indiretto delle esportazioni legate alla catena di approvvigionamento dei concorrenti cinesi”. E va detto che c’è anche speranza per un accordo sostenibile tra Cina e Stati Uniti che rilancerebbe la crescita globale nel 2020 e oltre. Ma anche questo è un fattore destinato a incombere sui mercati emergenti anche nel 2020.
Un altro elemento da non sottovalutare è la tornata di elezioni di Taiwan, Hong Kong, Corea del Nord e Mar Cinese Meridionale. A Hong Kong ci si aspetta una prosecuzione delle proteste, che già hanno avuto un forte impatto sull’attività economica e sulla perdita di posti di lavoro, e dopo il voto a Taiwan, dove si prevede la rielezione del presidente, le autorità cinesi potrebbero cambiare l’atteggiamento relativamente tranquillo tenuto finora. Altri fronti di tensione non mancano altrove: in Corea del Nord (che sta prendendo in considerazione nuovi test missilistici, in barba agli impegni assunti sulla denuclearizzazione), e sul fronte delle rivendicazioni sullo strategico Mar Cinese Meridionale da parte di Malesia, Vietnam e Filippine contro le pretese di Pechino.
Un altro rischio geopolitico chiave è rappresentato dalle elezioni Usa, “in quanto Trump è stato il presidente degli Stati Uniti più imprevedibile negli ultimi decenni e in particolare quando si tratta di politica estera”, commenta de Quinsonas. E, aggiunge, il fatto che il dollaro sia stato usato da Trump come arma di politica estera ha tenuto sulla graticola i mercati emergenti. “Tuttavia, Paesi come la Russia, la Turchia o l’Arabia Saudita hanno beneficiato molto della posizione relativamente benigna di Trump nei loro confronti e un cambiamento nell’amministrazione statunitense potrebbe diventare una cattiva notizia”.
Altri rischi includono la possibilità di sanzioni Usa alla Turchia, dopo l’acquisto da parte di Ankara del sistema russo di difesa antimissile S-400, insieme all’operazione militare di ottobre nella Siria settentrionale, che potrebbero portare problemi all’economia del Paese e contraccolpi negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Ma anche i disordini sociali in tutto il mondo, come dimostrano i casi più recenti: in Francia (contro accise e riforma delle pensioni) e Cile (contro gli aumenti della metro di Santiago), ma anche casi meno noti ma più incisivi come Libano (il primo ministro si è dimesso tra le proteste di strada), Sudan (il presidente Omar al-Bashir è stato espulso dopo un colpo di stato a seguito di proteste di massa), Algeria (il presidente Bouteflika ha dovuto lasciare il potere dopo 20 anni), Iraq (il primo minsitro ha rassegnato le dimissioni), Bolivia (Morales si è dimesso dopo le proteste), Puerto Rico (il governatore si è dimesso); e ancora Iran, Colombia, Argentina, Hong Kong. Queste proteste hanno spinto i mercati a valutare “l’ascesa strutturale del populismo che deriva da malcontento pubblico? Sicuramente c’è ancora molto da scoprire nel 2020”, aggiunge il gestore.
Infine, de Quinsonas ricorda “la più grande crisi di cui nessuno parla”, cioè il rischio globale di stress idrico. L’istituto di ricerca globale WRI ha pubblicato lo scorso agosto l’Atlante del rischio idrico, in cui si evince che ben 17 Paesi, che contano per un quarto della popolazione mondiale, stanno affrontando uno stress idrico drammaticamente elevato, con conseguenze sotto forma di “incertezza sull’approvvigionamento alimentare, conflitti, migrazioni e instabilità finanziaria”. Anche dopo aver visto le conseguenze delle crisi idriche a Città del Capo (2017-2018) e Chennai (2019), secondo il gestore “sono ancora troppo pochi gli investitori che davvero prestano attenzione allo stress idrico come rischio strutturale di natura economica, politica e sociale”, in grado addirittura in alcune aree di portare a guerre e conflitti.
Il responsabile Policy and Research di State Street Global Advisors presenta alcune delle evidenze emerse dallo studio degli effetti degli shock geopolitici sui mercati, proponendo soluzioni di investimento per affrontare i periodi di maggiore concentrazione dei rischi esogeni.
Non ci sarà una recessione, le azioni continueranno a correre e la Brexit non sarà così in discesa come qualcuno pensa. La view di Natixis IM Solutions
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