Gubitosi (Legance): “Brexit, preoccupa la mancanza di sintonia tra governo e City”
2 febbraio 2018
di Eugenio Montesano
5 min
“Il tempo in cui la City dirigeva tutto, anche la politica, è terminato”. In attesa che ripartano le trattative tra Londra e Bruxelles, il capo della sede londinese dello studio Legance riflette sul sentiment diffuso tra gli operatori finanziari.
A marzo cominciano le nuove trattative per le future relazioni commerciali tra Ue e Regno Unito. La conditio sine qua non per accedere alla seconda fase delle trattative era il raggiungimento di un accordo di massima sui tre temi fondamentali: riconoscimento dei diritti dei cittadini UE e UK, la questione Irlandese e gli accordi finanziari. Il risultato ottenuto all’inizio di dicembre 2017, pur non rappresentando un accordo definitivo e vincolante tra le parti, ha gettato le basi per la futura intesa.
Nei prossimi mesi UE e UK dovranno concordare le linee guida per gli accordi futuri; una volta definite, indicativamente entro marzo 2018, partirà la seconda fase dei negoziati, che è facile prevedere saranno molto impegnativi. I fronti aperti sono, infatti, ancora molti e lo scenario è sostanzialmente nuovo per entrambe le parti. Il termine autunnale per la definizione delle linee guida del divorzio e del futuro partenariato appare estremamente sfidante.
Un’incertezza che grava come un macigno sulla City, ancora oggi il grande hub europeo della finanza, interessata a non perdere il controllo di un giro d’affari che nel 2017 TheCityUK, l’ente che rappresenta l’industria finanziaria, stimava valere il 10,7% del Pil britannico, per un controvalore di 176 miliardi di sterline (200 miliardi di euro).
Secondo l’ultimo censimento dell’Istituto statistico nazionale oltre un milione di dipendenti (1.025.400 persone) lavorano nell’industria finanziaria del Regno, di cui 455.000 nella City (il 9% della forza lavoro della capitale). Il Regno Unito vanta inoltre un avanzo commerciale di 60 miliardi di sterline (68,3 miliardi di euro) per gli scambi nel settore finanziario e assicurativo nel 2016, secondo dati pubblicati dalla Camera dei Comuni ad aprile 2017. Dipendenti e ricchezza che ancora oggi – oltre un anno e mezzo dopo il referendum sulla Brexit – rischiano di finire altrove, almeno parzialmente. Facciamo dunque il punto sulla Brexit con Marco Gubitosi, partner e responsabile della sede londinese dello studio associato Legance, esperto di M&A, corporate finance e private equity.
Marco Gubitosi, partner e responsabile della sede londinese dello studio associato Legance
Che anno sarà per la Brexit, processo che, almeno formalmente, dovrebbe giungere a compimento tra poco più di un anno, a marzo 2019?
È evidente che questo è l’anno in cui Brexit deve prendere definitivamente forma. Il secondo round di negoziazioni sarà fondamentale, perché se è vero che il processo termina allo scadere dei due anni dalla data dell’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, è anche vero che l’accordo dovrà essere finalizzato nelle sue linee generali entro novembre 2018, in modo da assicurare almeno un trimestre per affinare i dettagli e raccogliere le ratifiche dei 27 Paesi dell’Unione europea, oltreché dello stesso Regno Unito, entro marzo 2019. Se questo non dovesse succedere, lo scenario peggiore – l’hard brexit da “no deal” – potrebbe davvero materializzarsi.
Come si presentano i due schieramenti al tavolo delle trattative?
Più consapevoli dei pro e dei contro per entrambi, forti di una presa di coscienza che una qualche forma di accordo deve essere raggiunta. Del resto sono ormai molti mesi che si sta negoziando, e sono anche venute meno, sia nei paesi dell’Europa continentale che nel Regno Unito, alcune necessità di propaganda politica. Adesso c’è una nuova maturità che si esprime nella volontà di lavorare e portare a termine questo processo nel modo migliore, andando alla ricerca di una soluzione di tipo win-win.
Scartate le opzioni del modello svizzero o di quello norvegese, al momento un accordo su ispirazione del Ceta, l’Accordo economico e commerciale globale siglato con il Canada, sembra in pole position. Tra le ipotesi sul tavolo figura anche quella di un Ceta rafforzato per includere i servizi finanziari, assenti nel Ceta originale. Può essere questa la quadratura del cerchio?
I modelli finora allo studio si riferiscono a economie del tutto diverse da quella britannica. Brexit è un fenomeno diverso dagli esempi che girano sulla stampa e in certa letteratura. Sono esercizi di pensiero che possono valere come base un accordo che dovrà necessariamente essere fatto su misura. La Gran Bretagna è una delle maggiori economie mondiali, ha fatto parte dell’Unione per decine d’anni, una grande percentuale del suo Pil dipende dagli interscambi commerciali con il resto dell’Europa. Tutto questo ci pone di fronte a una situazione nuova, particolare, specifica. Lo stesso Ceta è incompleto dal momento che regola lo scambio di prodotti e merci, non dei servizi finanziari, assicurativi, legali e del risparmio gestito che fanno del Regno Unito una potenza gigantesca. Più che concentrarsi su trovare esempi da cui partire, bisogna fare tutto ex novo ipotizzando nuovi scenari.
Che aria tira nei corridoi della City? C’è fiducia sulla realizzazione di un accordo che non sottragga a Londra il primato sullo scacchiere finanziario globale?
Oggi il sentiment della City volge più al negativo perché non c’è chiarezza su cosa stia facendo il governo, tanto che ci si interroga sulla possibilità che stiano anche trattando in segreto. Il mood è fluttuante: alcune volte c’è una certa tranquillità nel ritenere che la City manterrà il suo status, altre volte qualcuno si spinge a dire che non sarà più così. Una corrente di pensiero intermedia stima la perdita dei servizi in un range di 15-20%. L’atteggiamento prevalente rimane il wait-and-see. Al stesso tempo, la mancanza di informazioni sui margini interni dell’economia britannica e sul mercato finanziario post-Brexit frena i potenziali investitori, soprattutto nell’ambito dei fondi. Il problema principale è che non c’è piena sintonia tra governo e City.
Quali sono le ragioni di questa apparente “disunione di intenti”? Ci si aspetterebbero grandi sforzi di lobbying da parte dell’industria finanziaria, sia alla luce del sole che dietro le quinte.
Gli sforzi ci sono, ma non è detto che finora siano stati ascoltati o che possano andare a buon fine. Oggi la City non ha a disposizione canali particolarmente privilegiati: per quanto importante, è solo uno degli stakeholders della Brexit ma, almeno pubblicamente, non è certamente tra quelli che dirigono il processo. A differenza della Thatcher, che si avvalse di consiglieri economici e finanziari che erano espressione di una cultura neoliberista e mercatista e furono i veri artefici del Big Bang finanziario che è stata la stagione delle liberalizzazioni cominciata nel 1986, Theresa May è partita quasi più a sinistra di Corbyn, predicando eguaglianza e una più equa distribuzione della ricchezza. Non è sempre stata in piena sintonia con la City, tanto è vero che per un po’ il distretto finanziario ha lamentato di essere stato tagliato fuori dalle trattative. L’efficacia dell’attività di lobbying dei grandi potentati finanziari non è affatto scontata. Il tempo in cui la City dirigeva tutto, anche la politica, è terminato.
L’esodo da Brexit previsto all’indomani del voto è stato meno grave del previsto, almeno finora.
L’esodo tanto temuto per il momento non c’è stato. Va però detto che un po’ di persone sono effettivamente rientrate in Italia. Diverse banche di investimento hanno rafforzato i team italiani con persone che da qui si sono spostate sull’Italia. E alcune leve di comando di succursali londinesi facenti capo specialmente a società statunitensi, sono in procinto di essere accorciate. A quel punto, le divisioni dislocate in altri paesi europei riporteranno direttamente agli Stati Uniti, senza passare da quello che è finora stato il centro di gravità dell’area Emea.
Quando tutto sarà finito, Brexit avrà tolto il turbo alla City?
Secondo me no, perché Londra è molto di più di una piazza finanziaria. È un centro artistico, di pensiero, culturale, immobiliare e di capitali globali, non solo europei.
L’accentramento delle competenze di supervisione per ridurre le discrezionalità nazionali sarà uno dei temi del 2018, ma l’uscita del Regno Unito dall’Ue complica il quadro. Intervista a Julie Patterson, specialista di asset management regulation per KPMG.
A oggi, i rapporti futuri tra Regno Unito e Unione europea non sono ancora chiari, come non sono chiare le prospettive economiche per il Paese né il suo futuro politico
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