La piena occupazione femminile porterebbe 12 trilioni di dollari al Pil globale (e 268 miliardi in Italia). Ma anche a un beneficio più qualitativo: lo sviluppo degli investimenti Esg, a cui le donne sono più sensibili
Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation
Secondo il Fondo monetario internazionale se tutti i Paesi si impegnassero a colmare il divario di genere nell’economia, al Pil globale potrebbero essere aggiunti 12 trilioni di dollari entro il 2025. Secondo l’analista di Goldman Sachs, Kathy Matsui, il gender gap esiste ancora, a quasi 20 anni dalla prima teorizzazione della Womenomics, l’economia delle donne che avrebbe potuto risollevare il Giappone.
“Il differenziale di genere è un problema irrisolto in molti Paesi come l’Italia – dice a Focusrisparmio.com Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation – Ed è un problema che si è fatto urgente a fronte di ragioni finanziarie: è diventato un tema di sviluppo economico. La stessa recente apertura alle donne in Arabia Saudita dipende da questa esigenza di far partecipi tutti al mondo del lavoro”.
La partecipazione femminile al mondo del lavoro è in Europa pari al 68%, a fronte del 50% italiano. “Anche nello studio e nella presenza di donne Stem (Science, technology, engineering and mathematics, ndr) portatrici di competenze tecnico scientifiche e ingegneristiche, le donne italiane sono poche e questo non aiuta a colmare l’esigenza di competenze legate al digitale: in altre parole, il fatto che le ragazze vengano dissuase dall’intraprendere studi scientifici è perdita di valore per il Paese”, sottolinea Segre.
Mentre per recuperare degli effetti più nefasti della crisi globale, in un contesto in cui la fetta di reddito a disposizione diventa inferiore per tutti, “la partecipazione ampia e regolamentata, che tuteli famiglie e lavoratori è un requisito minimo che un Paese che vuole spingere su il Pil deve rispettare”.
Il gender gap è ancora profondamente visibile nei vertici delle aziende: le donne rappresentano in media solo il 12% dei membri del comitato esecutivo delle prime 50 società quotate. In Italia la legge sulle quote rosa ha generato un miglioramento della situazione su questo fronte, ma non basta. Il divario tra uomini e donne colloca il nostro Paese all’82esimo posto nella classifica del WEF su 144 posizioni. Siamo dietro alla Grecia e in calo di 22 posizioni anno su anno.
Non basta dunque aumentare la presenza femminile nei vertici, ma bisogna agire anche sulla base, e il perché, relativamente al nostro Paese, lo raccontano altri numeri della Fondazione Moressa. “Se entrassero nel mondo del lavoro i 4 milioni di casalinghe italiane, il valore prodotto sarebbe di 268 miliardi euro, pari al 18% del Pil: un effetto dirompente”, fa notare Segre. Non solo: se tutte le donne che oggi sono a casa iniziassero d’emblée a lavorare, il tasso di occupazione femminile schizzerebbe al 70,3%, superando anche l’obiettivo di Europa 2020. “Dobbiamo darci da fare per sbloccare il potenziale delle donne sul posto di lavoro perché questo porterebbe progressi economici nelle nostre organizzazioni rendendole migliori dall’interno e più responsabili verso l’esterno – continua Segre – La diversity ha guidato ulteriormente le scelte pensionistiche sostenibili delle donne che tendono a investire nelle società e attività allineate in termini Esg per ottenere un impatto positivo chiaro e misurabile sulla società, non solo per ottenere profitto”.
E a conferma di questa tesi ci sono i dati recentissimi di Doxa, nella ricerca «Donne e finanza sostenibile». Dall’indagine emerge che le donne sono più propense a prediligere investimenti a basso rischio (prediletti dal 59% contro il 49% degli uomini) e ad affidarsi alla consulenza degli esperti: una donna su due investe solo in prodotti consigliati. L’indagine ha rilevato una maggiore sensibilità femminile per i temi ambientali, sociali e di governance, soprattutto se legati agli aspetti sociali relativi al genere: il 77% delle donne li ritiene cruciali, contro il 70% del campione complessivo. Inoltre, tra le investitrici è stata registrata una maggiore propensione a investire in prodotti Sri, anche se sia donne che uomini avrebbero la necessità di un maggiore grado di informazione sui prodotti di investimento sostenibile e responsabile.
“Un sistema economico sostenibile deve essere organizzato in modo diverso – conclude Segre – utilizzando legislazione, sistemi fiscali, sussidi e regolamenti per allineare l’attività economica allo sviluppo sostenibile. Lo slancio per il cambiamento esiste, ma le imprese di investimento – e i loro clienti – hanno ancora un ruolo importante da svolgere nel rendere di nuovo grandi la finanza, con le donne al centro di questo processo di empowerment del mondo Sri”.
Il responsabile di BNL-BNP Paribas Life Banker fa il punto sui primi quattro anni della rete del gruppo italo-francese e sui piani di sviluppo del network di CF.
Il 75% degli investitori è interessato agli investimenti sostenibili, ma la maggioranza ritiene che richiedano un compromesso finanziario. “Si impone da tempo una riconsiderazione degli Sri sia per assicurare che le esigenze degli investitori possano essere soddisfatte, sia per contrastare lo scetticismo attorno al contributo alla performance”, spiega il direttore investimenti Sri del gestore americano.
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