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Via Nazionale: il grado di liquidità in marzo resta su valori elevati, pochi i riscatti. Rischi contenuti anche per i fondi alternativi mobiliari, il cui patrimonio è salito del 12%
I fondi comuni italiani confermano la loro immunità al Covid. Consolidando una tendenza già emersa nel corso dello scorso anno, sia subito dopo lo scoppio della bufera pandemica sia in autunno, la gestione della liquidità dei fondi aperti non ha registrato tensioni significative né nel 2020 né nel primo trimestre del 2021.
A certificarlo è ancora una volta la Banca d’Italia, che nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria, il primo del 2021, fotografa un Paese ferito dall’emergenza sanitaria ma in via di miglioramento grazie ai vaccini. Un’Italia in cui è il deterioramento dei crediti verso famiglie e imprese a costituire il principale rischio per il sistema finanziario e dove la pandemia ha causato più disuguaglianze di reddito, con mezzo milione di nuclei ora vulnerabili, ma con una capacità di rimborso dei prestiti che è rimasta buona.
Raccolta positiva e pochi riscatti
Stando ai tecnici di palazzo Koch, i fondi comuni aperti italiani hanno registrato una raccolta netta nel complesso positiva (come certificano anche le rilevazioni Assogestioni) e dalla ripresa delle sottoscrizioni, iniziata ad aprile dello scorso anno, si sono verificati riscatti netti di quote solo nei comparti flessibili e hedge. Nessuna tensione, insomma, per la gestione della liquidità.
E infatti il grado di liquidità, al 6,7% in marzo, resta “su valori elevati nel confronto storico” e non emergono variazioni di rilievo nelle linee di credito disponibili né nell’indebitamento. La quota di fondi italiani vulnerabili a richieste di rimborso particolarmente elevate, cioè con un indicatore di liquidità inferiore all’unità, è aumentata da settembre, ma resta comunque ridotta. “Si tratta di fondi cui faceva capo il 4,1% del patrimonio complessivo del settore a gennaio del 2021”, specificano da Via Nazionale.
Nel complesso i fondi comuni aperti italiani hanno un’esposizione contenuta in strumenti derivati e il rischio di liquidità connesso con le variazioni dei margini di garanzia è diminuito negli ultimi mesi. “In gennaio – sottolinea il rapporto – i fondi vulnerabili a questa specifica tipologia di rischio di liquidità rappresentavano l’1,2% del patrimonio complessivo del comparto”.
Intanto, viene evidenziato nel documento, a livello internazionale è stato avviato un programma di lavori per rafforzare la stabilità degli intermediari non bancari alla luce delle aree di vulnerabilità emerse in seguito alle tensioni sui mercati finanziari di marzo del 2020.
Economia reale e Pir Alternativi
Bankitalia segnala l’aumento del patrimonio dei fondi alternativi mobiliari, cresciuto del 12% nel 2020, soprattutto per l’espansione del comparto dei fondi che investono nel capitale di rischio delle imprese (private equity) e di quelli specializzati nell’erogazione diretta di finanziamenti o nell’acquisto di crediti originati da altri intermediari, che hanno raggiunto alla fine dell’anno un patrimonio rispettivamente pari a 16 e a 4 miliardi.
Nel secondo semestre del 2020 sono stati autorizzati i primi sei fondi specializzati prevalentemente nell’investimento in strumenti finanziari emessi da piccole e medie imprese italiane che rispettano la normativa dei nuovi piani individuali di risparmio a lungo termine, i cosiddetti Pir alternativi.
“I rischi per la stabilità finanziaria derivanti dall’attività dei fondi alternativi mobiliari, che alla fine del 2020 rappresentavano il 9% del patrimonio netto complessivo dei fondi italiani, rimangono contenuti”, scrivono i tecnici di Palazzo Koch, stando ai quali i potenziali rischi connessi con la scarsa liquidità degli attivi sono attenuati dalla normativa, che impone ai fondi che investono una quota superiore al 20% del proprio patrimonio in attività illiquide di costituirsi in forma chiusa.
La leva è poi nel complesso modesta, pari al 104% del patrimonio netto, e inferiore alla media europea, che si attestava al 182% nel 2019. “Non emergono rischi di liquidità a breve termine per i fondi alternativi aperti – conclude il rapporto -. Solo in caso di persistenti deflussi su un orizzonte temporale tra sei mesi e un anno si potrebbe verificare un lieve disallineamento tra la liquidità dell’attivo e il profilo di rimborso degli investitori, di circa il 4% del portafoglio titoli”.
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