Le molte facce dell’inflazione
L’apparente semplicità concettuale dell’inflazione si scontra con l’eterogeneità delle economie moderne avanzate che sono sistemi evolutivi complessi. Ecco perché affidarsi agli indici di prezzo è fuorviante
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Come negli Usa, seppure non agli stessi livelli, l’inflazione continua a galoppare anche nel Vecchio Continente. A novembre nell’area dell’euro si è attestata al 4,9%, in aumento dal 4,1% di ottobre. La rilevazione è targata Eurostat, che precisa come un anno prima l’indice dei prezzi era fermo al -0,3%. Nella Ue a 27, sempre a novembre di quest’anno, è stata del 5,2%, in aumento rispetto al 4,4% di ottobre. Un anno fa era dello 0,2%.
I tassi più bassi di inflazione sono stati registrati a Malta (2,4%), Portogallo (2,6%) e Francia (3,4%). Quelli più elevati in Lituania (9,3%), Estonia (8,6%) e Ungheria (7,5%). In Italia sia invece registrato un +3,9%, dopo il +3,2% di ottobre. A pesare è ancora l’energia (+2,57 punti percentuali), seguita dai servizi (+1,16). Escludendo la componente volatile dei prezzi energetici e dei prodotti alimentari non processati, dunque la cosiddetta inflazione ‘core’, i prezzi sono avanzati dello 0,1% su base mensile e del 2,6% su base annuale.
Non accenna a placarsi, insomma, la fiammata dei prezzi, ormai ritenuta sempre meno temporanea dalla maggior parte degli osservatori. E l’inflazione è, insieme alla pandemia, il principale rischio per la ripresa italiana anche secondo gli esperti Prometeia che hanno rivisto al rialzo le stime di crescita per il nostro Paese. Stando alla previsione della società di consulenza, infatti, l’Italia chiuderà il 2021 in crescita del 6,3% e il 2022 del 4%, per poi continuare a crescere comunque su ritmi superiori a prima della crisi e della media dell’Eurozona (+2% nel 2024). “Nonostante il rallentamento atteso per il quarto trimestre – spiega il dossier – le prospettive per l’andamento della ripresa in Italia rimangono buone”.
Su tutto però aleggia per prima cosa l’incognita pandemia, con le possibili nuove limitazioni necessarie per contrastare la diffusione della variante Omicron. “L’Italia appare comunque fra i Paesi meglio posizionati nella lotta al Covid-19”, affermano gli esperti, secondo cui il terzo trimestre permette di guardare ai mesi invernali con fiducia. “Tuttavia, è evidente un rallentamento della crescita: le informazioni congiunturali segnalano un appiattimento del ciclo a partire dall’estate, già riflesso negli indici mensili della produzione industriale fermi in media da luglio, che sembra tuttavia avere avuto una leggera inversione di rotta a novembre”, precisano.
In termini di produzione industriale, invece, l’Italia è l’unico tra i grandi quattro dell’area euro ad aver recuperato i livelli pre-crisi. Gli esperti di Prometeia ritengono quindi che questi fattori di forza continueranno a proteggere la nostra manifattura dalle strozzature nell’offerta di materiali e del caro energia, sempre che le turbolenze non durino troppo oltre la prossima primavera. “L’indice della produzione industriale si attesterà sul +11% nel 2021 per poi assestarsi al +2,4% nel 2022”, si legge.
Tra le incognite, infine, c’è anche la durata dell’inflazione. “Se entro la prossima estate la situazione nelle catene di fornitura si normalizzerà sia dal lato dei prezzi sia da quello della disponibilità di beni, il danno alla ripresa risulterà contenuto e le imprese potranno beneficiare del progresso della domanda globale”, scrivono gli analisti, che stimano un’inflazione in Italia all’1,8% nel 2021 che l’anno successivo si dovrebbe portare su 2,1% per poi ripiegare all’1,6% nel 2024.
Per gli analisti della società “si tratta di un’inflazione da costi” e gli aumenti sono ancora in larga misura assorbito dai margini delle imprese. “Anni di inflazione bassa hanno reso gli operatori, consumatori in particolare ma non solo, restii ad accettare aumenti dei prezzi, e i produttori hanno imparato a privilegiare il mantenimento dei rapporti di clientela e a investire sulla qualità. È quanto sta continuando ad accadere e le imprese, in media, sono in grado di reggere questo urto, perché ben capitalizzate e con profitti ancora robusti”, conclude il dossier.
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