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Goldman Sachs e Morgan Stanley vedono rosa. Per gli esperti delle due banche Usa l’Europa ha toccato il fondo ed è pronta a sorprenderci positivamente. “Il Pil dell’area euro salirà dell’1,4% nella seconda metà di quest’anno”
Se una rondine non fa primavera, due fanno ben sperare. Se poi le due in questione si chiamano Goldman Sachs e Morgan Stanley, allora si può davvero credere che le previsioni diventeranno realtà. A sorpresa, infatti, dalle due banche d’affari americane sono arrivate stime incoraggianti per il futuro dell’Eurozona. A cominciare è stata Goldman Sachs. “Ci sono segnali che indicano che il peggio della debolezza è ormai alle nostre spalle”, hanno assicurato gli economisti del colosso Usa guidati da Jari Stehn. Il rallentamento economico nella zona euro, spiegano infatti, potrebbe aver raggiunto il suo picco, “il che significa che la tendenza è destinata a migliorare con i prossimi indicatori”.
Indicatori che già farebbero scorgere un po’ di sereno. “A differenza delle sorprese negative dello scorso anno, gli ultimi dati sono stati migliori delle aspettative”, chiariscono. Tra questi l’indice Cesi, ovvero il Citigroup Economic Surprise Index, che ha raggiunto il massimo da cinque mesi. Per gli economisti di Goldman, il Pil dell’Eurozona è destinato a salire dell’1,4% nella seconda metà di quest’anno, dopo l’aumento dell’1% previsto per il primo semestre. Sebbene gli indicatori non segnalino ancora una svolta, è probabile che a far da traino alla crescita saranno una serie di politiche fiscali più espansive messe in atto da alcuni Paesi membri, i prezzi del petrolio più bassi e una crescita dei salari.
Sulla stessa lunghezza d’onda i colleghi di Morgan Stanley. “Molti dei problemi osservati nel 2018 stanno iniziando a svanire, compresi quelli dell’industria automobilistica tedesca”, ha sentenziato Graham Secker, head of European and UK equity strategy della banca Usa. “La fiducia dei consumatori francesi – ha proseguito – si è ripresa anche dopo il colpo legato alle proteste dei Gilet gialli, nonostante la riacutizzazione di metà marzo fa abbia fatto capire quanto la situazione resti delicata”.
Non solo: se l’economia Ue sta davvero toccando il fondo, è una notizia positiva per gli stock. “Lo scorso anno una buona parte del rallentamento Ue è stata ‘made in Cina’. E il brusco calo della crescita di Pechino ha gravato pesantemente sull’Europa, data la sua sensibilità al commercio e alle esportazioni. Crediamo che ci sia un pessimismo esagerato, mentre il Vecchio Continente potrebbe sorprendere in senso positivo”, ha affermato, portando come esempio l’indice Pmi cinese, che in genere guida il trend dell’equivalente europeo.
Insomma, nessuna nuvola all’orizzonte? Non proprio. Il Purchasing manager index dell’Eurozona reso noto venerdì 22 marzo è stata una vera gelata. Un test molto atteso che ha deluso ogni previsione. L’indice Pmi composito relativo all’insieme delle aziende dell’area euro ha infatti segnato un calo a 51,3 punti, da 51,9 di febbraio, il valore più basso da due mesi.
E per capire che cosa abbia zavorrato la crescita è sufficiente guardare il Pmi del manifatturiero: qui il calo è a 47,6 punti, da 49,3 del mese precedente, il minimo da sei anni. Particolarmente fosco il risultato della Germania, dove l’indice è sceso a 44,7 punti da 47,6. Numeri che neppure un Ifo superiore alle attese ha contribuito a far dimenticare. Male anche la Francia dove l’indicatore è calato a 48,8 punti da 51. Per la cronaca: un valore del Pmi superiore ai 50 punti indica un’economia in espansione; se inferiore significa invece contrazione, inverno pieno.