“Occhio al sovraccarico di regole”
È il monito di Bianchi, direttore generale di Assonime: “Si rischia di ostacolare un maggiore orientamento delle società verso la sostenibilità nel medio-lungo periodo”
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“Quali sarebbero le ripercussioni se gli investitori arrivassero a credere che le aziende stiano intraprendendo un’operazione di “greenwashing”, cioè stanno ritraendo i propri prodotti, attività o politiche come attente all’ambiente quando in realtà non lo sono, al fine di apparire in una miglior luce a un segmento crescente dei loro clienti?”. È la domanda che si pone Sebastien Thevoux-Chabuel, ESG Analyst-Portfolio Manager, Comgest.
“Chiaramente – prosegue l’analista – alcune società potrebbero essere in grado per un po’ di tempo di tenere in piedi una bella storia di sostenibilità. Tuttavia, per quanto riguarda le società che seguiamo, Comgest conduce ricerche approfondite in modo da distinguere quelle realtà che a nostro avviso hanno un approccio ESG serio e trasparente. Sulla base della nostra esperienza abbiamo elaborato questi consigli che speriamo possano aiutare gli investitori nelle loro analisi”.
Vediamoli: “In primo luogo, nel valutare la strategia di investimento sostenibile e la performance ESG di un asset manager, consigliamo di usare lo “smell test”, che semplicemente significa chiedere a se stessi: Questa strategia ESG ha senso nel contesto di tutto ciò che il gestore fa e riferisce in merito? In secondo luogo può essere indicativo chiedersi come viene svolta la ricerca ESG dagli asset manager nel corso del processo di investimento. Si basa principalmente sulla ricerca proprietaria o piuttosto su provider esterni? Nella nostra esperienza non esiste alternativa alla ricerca interna se le tematiche ESG sono di primaria importanza”.
“Un investimento responsabile e sostenibile – prosegue l’esperto – dovrebbe in teoria risultare in portafogli che si discostano e sono in una posizione migliore rispetto ai benchmark comparativi, in termini di varie metriche ESG, come l’impatto ambientale, la creazione netta di posti di lavoro o le aliquote fiscali che le società in portafoglio pagano rispetto alle imposte dovute. Se i portafogli non rispondono a queste caratteristiche “responsabili” – conclude Thevoux-Chabuel – è plausibile che il portafoglio stesso sia oggetto di greenwashing”.
