Coronavirus, pronto il vaccino delle banche centrali
27 febbraio 2020
di Redazione
3 min
Secondo Flossbach von Storch AG, in caso di pandemia la Fed scenderà in campo. E le azioni resteranno l’unica alternativa possibile di rendimento
Thomas Lehr, capital market strategist di Flossbach von Storch AG
Contro il coronavirus un vaccino c’è ed è stato abbondantemente sperimentato: le banche centrali. Perché in mezzo a tanta incertezza su durata, diffusione e conseguenze dell’epidemia, al momento una sola cosa è certa: se ci fosse una pandemia e questa dovesse prolungarsi nel tempo, provocando un rallentamento permanente dell’economia, ci sarebbero effetti sulla politica monetaria. Soprattutto negli Stati Uniti.
“A seguito degli aumenti dei tassi di interesse degli ultimi anni, infatti, la Federal Reserve ha ancora a disposizione la maggiore potenza di fuoco. E si può presumere che la utilizzerà in caso di emergenza”, assicura Thomas Lehr, capital market strategist di Flossbach von Storch AG, secondo cui negli Stati Uniti gli investitori non sono veramente consapevoli del quadro reale dei tassi d’interesse. E questo ha conseguenze di vasta portata, che anche per le valutazioni di borsa.
“Per fare un esempio in Giappone le persone sono abituate da tempo ai tassi d’interesse zero e anche in Europa ci si sta lentamente rendendo conto che i tassi d’interesse rimarranno dove sono nel lungo periodo – spiega lo strategist -. Negli Stati Uniti la situazione è un po’ diversa. Da un lato, non sembra né comprensibile né accettabile per gli americani che Paesi come l’Italia, ad esempio, possano rifinanziarsi a condizioni decisamente più favorevoli rispetto agli Stati Uniti, per non parlare della Grecia. D’altra parte, i rendimenti al di sotto del 2% sembrano ancora assurdamente bassi per la maggior parte degli americani. Il livello dei tassi d’interesse è unanimemente classificato come troppo basso, e nella migliore delle ipotesi come un fenomeno temporaneo”.
Inevitabili quindi le ripercussioni sulle valutazioni azionarie, visto che, a differenza degli europei, che si tengono generalmente alla larga dal mercato azionario anche a fronte dei tassi d’interesse più bassi, negli Usa gli investitori non considerano la partecipazione in società come ‘speculazione’. “Non sorprende quindi che gli investitori americani detengano la quota di gran lunga maggiore del mercato azionario – osserva Lehr -. Finché si aspettano rendimenti del 4-5 percento circa nel prossimo futuro, non dovrebbe sorprendere che le valutazioni azionarie si basino ancora su questo livello. Immaginate cosa accadrebbe se il più grande gruppo di investitori al mondo si rendesse conto che i tassi di interesse rimarranno bassi nel lungo termine”.
Chiaramente, secondo lo strategist, la disponibilità degli investitori americani ad accettare valutazioni più elevate sul mercato azionario dovrebbe aumentare in modo significativo. E in tal caso, l’effetto avrebbe probabilmente conseguenze ben più ampie sul livello di valutazione rispetto ai pochi movimenti effettuati da alcuni audaci investitori europei. I p/e di 16 o 17, essendo stati percepiti come ‘adeguati’ al mercato azionario globale per molti decenni dovrebbero quindi diventare un ricordo del passato.
Tutto questo porta a una nota conclusione: non c’è alternativa all’equity. Un ulteriore calo dei tassi d’interesse negli Usa, infatti, sarebbe certamente un fattore scatenante a lungo termine per le valutazioni dei mercati azionari. “Ciò non significa, tuttavia, che sia improbabile che diventi instabile nel breve termine – precisa Lehr -. Dopotutto, in caso di pandemia, i profitti di molte aziende sarebbero inizialmente in calo. Eppure, il fatto che le valutazioni sul mercato azionario non si discostino sensibilmente da quelle di 30 anni fa, nonostante i tassi d’interesse record, rappresenta almeno un buon cuscinetto. Si tenga presente che i rendimenti degli utili aziendali sono attualmente superiori di circa il 4-5 per cento rispetto al rendimento di un portafoglio obbligazionario accettabile. Pertanto, anche in casi di pandemia conclamata, non ci aspettiamo un crollo”.
Insomma, guardando al lungo termine, per lo strategist non c’è comunque alternativa alle azioni in un contesto di bassi tassi d’interesse. Almeno non se si vuole conservare il patrimonio a lungo termine e soprattutto in termini reali, cioè considerando l’inflazione.
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