Sachs (Columbia University): “Il benessere collettivo viene prima della massimizzazione dei profitti”
1 aprile 2019
di EUGENIO MONTESANO
3 min
L’impegno dei gestori per gli investimenti responsabili comincia a dare i suoi frutti, ma il tempo stringe e gli obiettivi di Onu ed Europa sono ancora lontani. La riflessione del guru dello sviluppo etico Jeffrey Sachs
Jeffrey Sachs, direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University
L’industria finanziaria può e deve contribuire alla costruzione di un sistema economico davvero sostenibile entro il 2030. “Il passo più importante che la finanza deve compiere oggi è quello di togliere spazio agli investimenti non sostenibili puntando sui criteri Esg ambientali, sociali e di governance volti a costruire il futuro, non a preservare il passato”.
Ne è convinto Jeffrey Sachs, direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University. Tra i massimi esperti a livello mondiale in tema di sviluppo economico, macroeconomia e lotta alla povertà, per circa 18 anni Jeffrey Sachs è stato consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (per Kofi Annan dal 2001 al 2007, per Ban Ki-moon dal 2008 al 2016 e per Antonio Guterres dal 2017 al 2018, ndr).
Gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, o Sdg) delle Nazioni Unite rappresentano un sogno realizzabile? Cosa è stato fatto finora e cosa manca per raggiungerli a livello locale e globale?
Gli Sdg sono ambiziosi ma realizzabili, soprattutto alla luce della rivoluzione digitale in corso, che rende possibile la crescita a costi contenuti di assistenza sanitaria, istruzione, e-governance, finanza e infrastrutture. Inoltre, il rapido calo dei prezzi delle energie rinnovabili, principalmente energia eolica e solare, consente una rapida decarbonizzazione del sistema energetico mondiale – uno dei principali obiettivi chiave degli Sdg e dell’Accordo sul clima di Parigi. Tuttavia, affinché queste tecnologie possano essere utilizzate su scala e a ritmi corretti, sarà necessario concentrare l’attenzione del pubblico su tali questioni, stimolando allo stesso tempo la capacità dei governi di pianificare e investire su larga scala per lo sviluppo sostenibile. Purtroppo, proprio l’attenzione del pubblico e l’azione dei governi sono le risorse che scarseggiano maggiormente.
I 17 Sdg sono stati lanciati nel 2015 con l’obiettivo di essere implementati entro il 2030. Dopo quattro anni, quali sono quelli più prossimi a essere raggiunti e – al contrario – quali sono quelli che destano maggiore preoccupazione?
Sono preoccupato per tutti gli Sdg, per la semplice ragione che siamo enormemente distratti a livello globale. Invece di concentrarci sull’aumento degli investimenti in salute, istruzione, energie rinnovabili e infrastrutture, siamo impegnati a combattere stupide battaglie politiche su più fronti. La maggior parte dell’attenzione degli Stati Uniti è rivolta all’ossessione di Donald Trump per la costruzione di un muro con il Messico e a una guerra commerciale inutile e distruttiva con la Cina: una combinazione esplosiva di cinismo e idiozia.
Come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere a presidente un simile allocco, che fa tutto il possibile per promuovere i combustibili fossili e minare il commercio internazionale? Tuttavia, anche l’Italia sta sprecando il suo tempo nello scontro con la Francia e con l’UE, piuttosto che lavorare in modo costruttivo con il resto dell’Europa per una crescita guidata dagli investimenti sostenibili e per il passaggio alle energie rinnovabili. L’Italia dovrebbe essere ai posti di comando in un’Europa votata alla cooperazione, piuttosto che in una posizione di opposizione.
Come valuta la portata degli obiettivi dell’EU Action Plan for Sustainable finance, il piano d’azione europeo per la finanza sostenibile?
Il piano UE si muove decisamente nella giusta direzione. Sottolinea diversi aspetti importanti dell’investimento Esg: orizzonti di lungo termine, gestione del rischio climatico, trasparenza e benchmarking. Identifica il deficit significativo negli attuali livelli di investimento rispetto a quelli necessari per raggiungere gli Sdg delle Nazioni Unite e le soglie dell’Accordo di Parigi. Riconosce i ruoli complementari degli investimenti pubblici e privati nel raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Tuttavia, è ancora agli inizi, con linee guida specifiche attese quest’anno. Molto dipenderà dalla prossima Commissione, in particolare per quanto riguarda la capacità dell’UE di formulare una strategia unitaria e omogenea per sviluppare ulteriormente gli investimenti pubblici in sostenibilità.
Cosa può fare in questo momento il settore dell’asset management per contribuire al raggiungimento degli Sdg?
Il settore legato all’Esg è in crescita e questo è una gran cosa, ma ci sono ancora due problemi fondamentali che bisogna fronteggiare. Il primo è la mancanza di rigore negli indicatori Esg e nel processo di “scrematura” che ne consegue: sono ancora troppe le aziende e i prodotti “cattivi” che sulla base dei criteri Esg attualmente vigenti ottengono comunque il “disco verde”. L’industria dei combustibili fossili, dei fast-food, delle armi, così come le big tech che abusano dei nostri dati personali e le multinazionali che spostano i loro profitti in paradisi fiscali dovrebbero subire un serio rifiuto da parte degli investitori che siano davvero aderenti ai principi Esg. Invece questo ancora non accade.
Il secondo problema riguarda gli investitori senza scrupoli, pronti a investire in qualsiasi cosa che generi profitto anche se non sostenibile – quando non apertamente immorale. Questo, purtroppo, descrive gran parte degli operatori di Wall Street a partire dagli hedge fund. L’idea che la massimizzazione della ricchezza degli azionisti abbia la precedenza sugli interessi della collettività deve essere sradicata e contrastata. Un’avidità senza limiti è deleteria e finisce per distruggere il benessere della società nella sua interezza.
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Questo articolo è apparso originariamente nel numero di marzo-aprile 2019 di FocusRisparmio, il bimestrale edito da Assogestioni
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