L’inflazione è un problema?
Per i fund manager il rialzo dei prezzi avvantaggia gli asset reali. Spazio a oro e immobiliare nei portafogli dei gestori
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Inutile negarlo: la tensione si è fatta alta tra gli investitori obbligazionari. Le prospettive di un aumento dell’inflazione Usa e l’attivismo del presidente Joe Biden, pronto a festeggiare i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca con un aumento della tassa sul capital gain per redditi oltre il milione di dollari, sono roba da agitare il sonno anche dei più coraggiosi, che già devono fare i conti con l’imminente inasprimento delle aliquote sulle aziende. Eppure, secondo Christian Hantel, senior portfolio manager di Vontobel, non c’è da preoccuparsi più del dovuto, anzi: le prospettive dei corporate bond a stelle e strisce restano rosee.
“Le società statunitensi si trovano nella fase di recupero del ciclo del credito grazie alla loro attenzione alla gestione degli obbligazionisti e al sostegno costante delle banche centrali, con tassi bassi che creano condizioni finanziarie favorevoli – osserva Hantel -. Il compito principale per le aziende è quello di lavorare sulla riparazione dei bilanci e delle metriche di credito, come la leva finanziaria, il flusso di cassa e i margini”.
Certo, nuove mutazioni del virus, improvvise fiammate dei prezzi o cambiamenti nella politica delle banche centrali sono tutti rischi che potrebbero cambiare le carte in tavola, ma per molti osservatori, compreso Hantel, si tratta di avvenimenti improbabili.
Guardando invece a ciò che è decisamente più reale, l’altra faccia della medaglia della ripresa statunitense è la corsa dei rendimenti spinta dai timori inflazionistici. Per l’esperto Vontobel, però, le aspettative degli investitori sono andate un po’ troppo oltre, dato che i numeri dell’inflazione reale saranno probabilmente inferiori a quelli che il mercato sta prezzando. “La recente riunione della Fed – spiega – ha fornito conforto in quanto il presidente Powell ha insistito sul fatto che si concentrerà sui progressi realizzati e non solo su quelli previsti, sia sull’occupazione che sull’inflazione: l’inflazione deve essere giudicata sostenibile mentre il progresso del mercato del lavoro deve essere ampio e inclusivo prima che ci si possa aspettare un’azione della Fed. Inoltre, i verbali hanno mostrato che i membri del comitato rimangono cauti riguardo alla ripresa economica e non sentono alcuna urgenza di rimuovere l’accomodamento”.
Non solo. Secondo Hantel, i rendimenti più alti non sono finora diventati una preoccupazione per i fondamentali del credito, dato che i costi di prestito sono ancora ben al di sotto delle cedole esistenti, le politiche della Fed rimangono altamente accomodanti e lo slancio economico è positivo. “Inoltre – aggiunge – le aziende sono state molto attive con le offerte di obbligazioni: riacquistare vecchie obbligazioni con cedole relativamente alte e sostituirle con obbligazioni di nuova emissione con cedole più basse. Questo contribuirà positivamente ai guadagni delle società, dato che le spese di interesse sono state ridotte. Rendimenti più alti e quindi costi di rifinanziamento più elevati non peseranno molto sulla redditività”.
Attualmente, stando all’esperto, i settori ciclici che beneficiano maggiormente della ripresa sembrano particolarmente interessanti: automotive, industrie di base, energia e banche. I viaggi o i trasporti dovrebbero invece essere trattati con cautela.
“La solida domanda degli investitori per le obbligazioni di nuova emissione è probabilmente anche il risultato dei tassi di default alla deriva – prosegue il portfolio manager -. Le aspettative di default stanno migliorando, con una previsione di base di Moody’s per i prossimi 12 mesi inferiore al 4%, al di sotto della media storica. I maggiori contribuenti ai default rimangono le società del settore Oil&Gas e della vendita al dettaglio. Per le società con rating investment grade, le inadempienze e i fallimenti giocano in genere un ruolo minore”.
Passando all’inasprimento fiscale cui Biden sta lavorando, per Hantel è probabile che le società statunitensi reggeranno un moderato aumento delle tasse. “Il più grande cambiamento dal punto di vista delle entrate sarebbe quello di aumentare l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società al 28% dal 21% – sottolinea -. Una regola generale è che un aumento di un punto percentuale nell’imposta sul reddito delle società equivale a circa 100 miliardi di dollari di nuove entrate all’anno. Tuttavia, un aumento dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle società ha bisogno del sostegno sia del Senato che della Camera. Di conseguenza, un compromesso è abbastanza probabile, con l’aliquota dell’imposta sulle società che alla fine si attesterà intorno al 25%”.
E l’esperto non ha dubbi: un tale, moderato, aumento è gestibile. “Più in generale – conclude -, un compromesso che stabilisca un’aliquota fiscale più bassa di quanto si pensasse inizialmente potrebbe in definitiva essere positivo per gli asset rischiosi, comprese le obbligazioni societarie”.
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