L’Ue vede l’Italia a livelli pre-Covid entro fine 2022
Bruxelles rivede in meglio il Pil del 2020 (-8,8%) ma lima la ripartenza del 2021 (+3,4%). Gentiloni: “La crescita tornerà prima ma non per tutti. Dal Recovery spinta fino al 3,5%”
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Il manifatturiero continua ad essere la stampella dell’Europa falcidiata dalla crisi pandemica. Dopo un ottimo gennaio, infatti, l’indice Pmi del settore ha raggiunto quota 57,9 punti, il massimo da tre anni. Il dato è in aumento dai 54,8 di gennaio e migliore della precedente stima flash di Ihs Markit (57,7), e si conferma inoltre, per l’ottavo mese consecutivo, sopra la soglia neutra di non cambiamento dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione.
Entrando nel dettaglio dei singoli Stati, la Germania guida la classifica con un dato definitivo pari a 60,7 punti, in rialzo dai 57,1 del mese precedente e marginalmente superiore al preliminare a 60,6 punti. Da incorniciare anche il risultato italiano, con l’indice che Pmi si è attestato a 56,9 punti, al top da tre anni, in rialzo dai 55,1 di gennaio e al di sopra del consenso Wsj a 56,6 punti. Non è da meno, infine, la Francia il cui indice sale a 56,1 punti dai 51,6 di gennaio e supera il preliminare a 55 punti.
“Quest’anno, il settore manifatturiero ha finora continuato a contribuire sempre più positivamente all’economia dell’Eurozona”, commenta Chris Williamson, chief business economist di Ihs Markit. Il Pmi ha infatti raggiunto il valore più alto in tre anni ed è in corsa, come sottolinea l’esperto, per raggiungere un livello superato raramente in oltre venti anni di storia dell’indagine, in particolare durante la bolla delle dot.com, la ripresa iniziale dalla crisi finanziaria e nel 2017-18.
Per Williamson, le aziende manifatturiere stanno beneficiando del rinvigorimento della domanda di beni sia sul mercato nazionale sia estero, collegata alle speranze di ripresa post Covid, favorendo nuovi incrementi delle giacenze, investimenti in attrezzature e macchinari, così come un’espansione dei consumi. “La solida espansione del manifatturiero – precisa – sta certamente aiutando ad ammortizzare l’attuale debolezza causata dal virus in parecchi settori a diretto contatto con i consumatori, alleviando l’impatto delle recenti restrizioni in parecchie nazioni e aiutando a limitare il tasso generale di contrazione economica”.
Ma non è tutto rose e fiori, perché lo sprint del manifatturiero ha anche degli effetti collaterali. “Lo scatto di crescita dell’industria Ue ha portato con sé anche problemi, con l’offerta che non riesce ancora a soddisfare la domanda”, avverte infatti Williamson, stando al quale i ritardi nelle spedizioni e la carenza di materiale “sono problemi largamente menzionati che hanno causato ritardi quasi record sulla catena di distribuzione”. Di conseguenza, i prezzi pagati per le materie prime sono “aumentati al tasso più veloce in quasi dieci anni, suggerendo un ulteriore aumento dell’inflazione dei prezzi al consumo nei prossimi mesi, o almeno finché l’offerta e la domanda non ritorneranno a bilanciarsi”, conclude l’esperto.
Quanto all’Italia, Lewis Cooper, economista di IhsMarkit, sottolinea come a seguito della ripresa della domanda, “le imprese campione hanno di conseguenza assunto ulteriore personale al tasso più veloce da giugno 2018, aumento questo che riflette le forti previsioni di aumento della produzione per i prossimi 12 mesi”. Allo stato attuale, nel settore manifatturiero italiano, per l’esperto, le preoccupazioni principali sono le interruzioni sulla catena di fornitura e l’aumento dei costi. I tempi medi di consegna “si sono allungati al tasso maggiore in dieci mesi, mentre l’inflazione dei costi di acquisto ha raggiunto il livello maggiore da aprile 2011”, conclude Cooper, rimarcando come però “la forte domanda ha permesso alle aziende di passare gli incrementi dei costi ai clienti finali ad un tasso maggiore”.
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