Ghilotti (Equita): “Esg non ancora adottati da tutti nelle valutazioni”
Secondo uno studio della società non sempre le Sgr riescono a implementare l'analisi di sostenibilità nelle strategie a causa dell'assenza di criteri condivisi
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Nel 2020 è ripartita con decisione la corsa all’oro, che potrebbe superare quota 1.600 dollari già nel primo trimestre. E’ la view di Joe Foster, portfolio manager e strategist di VanEck, che vede principalmente due fattori dietro il rally del metallo giallo. Il primo è legato agli sviluppi geopolitici, con le tensioni Usa-Iran di inizio anno in testa, e il secondo si chiama coronavirus.
Lo strategist ricorda come le quotazioni aurifere non sono indicative della domanda di oro fisico, tanto che nel 2019 la domanda complessiva del metallo prezioso è diminuita dell’1%. “L’oro si comporta più come uno strumento finanziario che come una materia prima – spiega -. I prezzi delle materie prime sono determinati dalla domanda fisica; quelli dell’oro dalla domanda finanziaria. I forti acquisti come copertura finanziaria e valutaria da parte delle banche centrali e degli exchange traded products (Etp) sull’oro fisico hanno quindi sospinto le quotazioni aurifere, malgrado i livelli molto modesti della domanda dei beni di consumo, più importante in termini di volumi. La domanda d’investimento sul mercato degli strumenti finanziari (futures e over-the-counter) ha contribuito a propria volta al rialzo dell’oro nel 2019. Ci aspettiamo che queste dinamiche di domanda e prezzo proseguano anche nel 2020, se le quotazioni aurifere si manterranno solide. Al momento sembra che l’oro possa superare quota 1.600 dollari l’oncia nel primo semestre”.
Ma sul settore pesa un’incognita e riguarda le dinamiche ambientali. Benché gli investimenti Esg nascano con le migliori intenzioni, secondo Foster, per come sono attualmente implementati nel settore aurifero presentano numerosi difetti. Le agenzie di rating Esg attribuiscono punteggi alle aziende e le classificano in base alla loro performance rispetto ai fattori ambientali, sociali e di governance. “Queste agenzie hanno sempre maggior rilevanza, poiché un numero crescente di investitori utilizza i rating Esg per selezionare le società in cui investire. Purtroppo, il comparto dei metalli preziosi è considerato uno dei più rischiosi a causa della propria esposizione ambientale e sociale – spiega -. Diversamente dalla maggior parte degli altri settori, le aziende estrattive non possono scegliere il clima, la comunità o l’ubicazione più consone alla loro attività. Devono costruire là dove si trovano i giacimenti auriferi, per lo più dispersi in località molto remote”.
Non solo: lo strategist sottolinea come l’attività estrattiva presenti anche un’elevata intensità di capitale, poiché richiede un maggiore uso di attrezzature, materiali ed energia rispetto alla maggior parte degli altri settori: “Riteniamo quindi che non abbia senso per gli investitori confrontare la performance Esg di un’azienda mineraria con quella di una società di distribuzione al dettaglio, di un operatore aerospaziale o di un’impresa di semiconduttori. In generale, più un settore è vicino al consumatore o all’utente finale, minore è il suo rischio Esg. A nostro avviso, però, nessun altro settore potrebbe esistere senza i materiali di base forniti dall’industria estrattiva”.
Ogni attività svolta nel settore dell’oro, insomma, presenta centinaia di aspetti ambientali e sociali, molti dei quali sono caratteristici di quell’area specifica. “Le aziende aurifere con cui ci siamo confrontati interagiscono regolarmente con le agenzie di rating – prosegue Foster -. Temono però che l’ingente volume di dati Esg sia semplicemente ingestibile per le agenzie specializzate, che secondo loro non hanno le capacità o le competenze necessarie per effettuare una valutazione adeguata. È emersa anche la preoccupazione che le agenzie di rating reperiscano buona parte delle informazioni attingendo dalle notizie di stampa, dagli articoli sul web e dalle relazioni delle organizzazioni non governative, che spesso sono prevenuti nei confronti dell’industria mineraria e mancano di oggettività ed equilibrio”.
Bisogna poi anche tenere conto dell’aspetto ‘black box’ (scarsa trasparenza metodologica) e della mancanza di standardizzazione dei processi utilizzati da ogni agenzia per stilare le proprie graduatorie, a detta di Foster: “Ad esempio, Sustainalytics descrive il proprio modello come ‘una serie di indicatori beta sub-settoriali che generano i cosiddetti segnali beta, i quali sono infine aggiunti al valore beta predefinito del sub-settore, pari a 1, e rettificati per gli aspetti qualitativi e il fattore di correzione’. Dubitiamo che questa descrizione possa sembrare chiara a molti investitori”.
Inoltre, a detta dell’esperto l’attuale analisi dei rating Esg ignora il contributo positivo offerto dall’industria mineraria a migliaia di comunità in tutto il mondo. L’attività estrattiva crea posti di lavoro e porta assistenza sanitaria e istruzione nei Paesi meno sviluppati in cui, a nostro avviso, poche aziende o enti di beneficenza sarebbero disposti a operare. “Il settore minerario sostiene buona parte dell’economia, del tenore di vita e della cultura nelle zone rurali di luoghi come il Nevada, l’Australia Occidentale e il Canada – evidenzia -. Crediamo che l’analisi dei fattori Esg debba necessariamente tenere conto della performance sul campo, oltre a utilizzare le liste di controllo e le informazioni di pubblico dominio normalmente usate dalle agenzie specializzate”.
Da sottolineare che l’industria aurifera ha riconosciuto la necessità del rigore e della standardizzazione in ambito Esg. A questo scopo, nel 2019 il Wgc, l’organismo di settore, ha pubblicato i Principi di estrazione responsabile dell’oro (Responsible Gold Mining Principles o RGMP), ovvero 10 principi Esg per un totale di 51 voci sulle quali le società coinvolte devono pubblicare informazioni. Questi principi sono una sintesi di diversi standard già in uso su scala globale e tengono conto del contributo di una serie di stakeholder e agenzie. L’obiettivo è dare agli investitori e ai consumatori la sicurezza che l’oro acquistato sia stato estratto in modo etico. “L’ottemperanza a questi Principi sarà assicurata su base annua mediante la pubblicazione di dati e la realizzazione di ‘verifiche indipendenti’ svolte sia presso le miniere sia a livello aziendale. Le società che aderiscono all’iniziativa beneficeranno di un periodo d’implementazione di tre anni e le verifiche indipendenti saranno effettuate a partire dal terzo anno. Ci aspettiamo che tutti i produttori di oro in cui investiamo adottino questi Principi”, aggiunge Foster.
Il Wgc ha anche fissato l’obiettivo ambizioso di azzerare le emissioni inquinanti su base netta entro il 2050 mediante iniziative di ottimizzazione dei processi, decarbonizzazione del trasporto e dell’elettricità, uso di energia autosufficiente e compensazione delle emissioni. “Anche se il settore sta già riducendo le emissioni dove è più sensato dal punto di vista economico, per raggiungere l’obiettivo fissato per il 2050 saranno necessari ulteriori progressi tecnici in aree come le energie rinnovabili, la capacità di accumulo delle batterie e i veicoli elettrici, sulle quali il settore non ha alcun controllo. Le aziende sono pronte a testare e adottare nuove tecnologie, ma a nostro avviso ci vorranno ancora anni per un’implementazione generalizzata”, avverte comunque lo strategist.
Insomma, la gestione del rischio ambientale e sociale non è certo una novità per le aziende aurifere; al contrario, è uno degli aspetti più importanti della loro attività. “Non investiamo in aziende che non puntano all’eccellenza in ambito Esg. Tuttavia, se gli investitori decidessero di evitare l’intero complesso dell’industria estrattiva poiché nutrono aspettative Esg a nostro avviso irrealistiche o infondate, potrebbero venire meno i capitali necessari al settore per mantenere i livelli di produzione. Se portata all’estremo, la carenza di capitale genera scarsità e aumenti dei prezzi che a loro volta potrebbero innescare una spirale inflazionistica, con importanti ripercussioni sull’economia mondiale”, conclude Foster.
