Euronext Growth Milan, le pmi prevedono un 2022 di crescita
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Meglio della crisi finanziaria del 2009. Le aziende familiari italiane reggono l’onda d’urto del Covid, riportando danni, certo, ma non cedendo di fronte a un anno di chiusure e limitazioni. È un bilancio di successo quello che emerge dal XIII Osservatorio Aub, promosso da Aidaf, stando al quale dietro alla buona performance di queste imprese c’è la rinnovata solidità patrimoniale
Lo studio, che ha passato al setaccio i bilanci di 11.803 aziende familiari del nostri Paese con fatturato superiore ai 20 milioni di euro, pari al 65,7% delle imprese italiane di quelle dimensioni, mostra che nel 2020 le aziende familiari hanno subito una caduta dei ricavi simile a quella delle aziende non familiari (-8,3% vs -7,5%), mentre nel 2009 avevano sofferto in misura molto maggiore (-7,3% vs -4,5%).
L’impatto della crisi sui ricavi delle aziende del manifatturiero, dei trasporti e della logistica, e delle holding diversificate è stato meno negativo di quello del 2009, mentre commercio, costruzioni e servizi hanno subito pagato un conto più salato. Ottima la performance delle quotate: nel primo semestre 2021, queste imprese familiari hanno mostrato una ripresa dei ricavi pari a quasi il doppio delle imprese non familiari (26,6% vs 14,1%).
Con riferimento alla redditività operativa, le imprese familiari di molti settori manifatturieri e le holding diversificate hanno chiuso il 2020 con tassi di Roi più elevati di quelli del 2009. Nel primo semestre 2021, quelle quotate hanno dimostrato una redditività pari a quasi il triplo delle imprese non familiari (5,4% vs 1,8%). Infine, dall’Osservatorio emerge come i miglioramenti della redditività del primo anno di pandemia si coniugano con la crescita dell’occupazione avvenuta per tutte le imprese (in media, +2,9%), con un trend opposto rispetto a undici anni prima (-4,1%).
In termini di solidità queste aziende hanno ridotto il rapporto tra Pfn e Equity di un ulteriore 10% rispetto al 2019 (anche per effetto della legge sulle rivalutazioni degli attivi patrimoniali), mentre hanno aumentato il rapporto tra Pfn e Ebitda, a causa di un calo di quest’ultima superiore al calo della Pfn, che comunque è diminuita. All’inizio del 2021 le imprese familiari con rapporti Pfn/Equity E Pfn/Ebitda critici sono pari al 21,8%. Nel 2019 erano pari al 22,5% e, soprattutto, nel 2009 erano pari al 30,9%.
E nel corso del primo semestre 2021 le imprese familiari quotate hanno migliorato la loro solidità in misura maggiore di quelle non familiari. Nel biennio 2020-2021 l’incidenza delle imprese familiari entrate in procedure liquidatorie o concorsuali è stato pari al 1,7%, meno della metà del biennio 2009-2010 che fu pari a circa il 4%. La migliore situazione di solidità all’inizio del 2021 e la maggiore capacità di ripresa dell’Italia inducono a ritenere che il tasso di mortalità delle aziende familiari per la crisi Covid-19 possa continuare nei prossimi anni ad essere minore rispetto a quello del decennio passato.
Dall’analisi della governance delle aziende familiari arrivano invece segnali contrastanti. Da un lato, si assiste a una crescente apertura a leader e membri del consiglio di amministrazione non familiari, soprattutto nelle aziende relativamente più grandi. In dieci anni, dal 2010 al 2020, l’incidenza dei leader familiari si è ridotta di cinque punti (dall’81,7% al 76,5%) nelle aziende tra i 20 e i 50 milioni di fatturato e di otto punti (dal 75,8% al 67,6%) in quelle oltre i 50 milioni. In modo simile, i cda composti solo da familiari sono diminuiti dal 50,7% al 44,8% tra le imprese più piccole e dal 38,1% al 29,8% tra quelle più grandi.
Il segnale critico riguarda l’età dei leader e dei consiglieri di amministrazione. La presenza di under 40 tra i leader, in 10 anni, è crollata: dal 16,9% all’8,7% se si considera il leader più giovane dei team di vertice, addirittura dal 9% al 3,3% se si considera il più anziano. Il 73,1% dei cda delle imprese più piccole e il 71,4% di quelle più grandi non comprende neppure un under 40, in netto peggioramento dal 52,9% e 54,1% del 2010. Il progressivo invecchiamento delle aziende familiari è un brutto segnale, che diventa ancora peggiore nel momento in cui il Paese si appresta a investire le risorse del Pnrr soprattutto in nuove tecnologie.
Per quanto riguarda invece le cessione, tra il 2011 e il 2018 circa il 3% delle aziende familiari ha cambiato proprietà. Di queste, circa l’80% è stato acquisito da filiali di imprese estere o da fondi di private equity che si confermano attori importanti per favorire un ricambio delle famiglie imprenditoriali giunte al termine, per ragioni varie, del loro ciclo di vita. Da segnalare che la cessione del controllo risulta positivamente correlata alla apertura del vertice e del cda, alle generazioni successive alla prima, e alla redditività operativa pre-cessione.
Il livello di indebitamento non sembra essere un driver che influenza la probabilità di cessione. I processi di cessione possono dare continuità alle aziende familiari. D’altro canto, il fatto che essi riguardino annualmente meno dell’1% delle imprese familiari conferma che moltissime famiglie imprenditoriali hanno l’energia per continuare la loro storia. Venendo al tipo di imprese oggetto di cessione, si evidenzia che esse sono quelle con performance migliori e con governance più strutturate.
Dal 2017 il numero di imprese, soprattutto familiari, oggetto di Ipo in Italia è aumentato. Nel biennio 2020-2021 le imprese familiari hanno rappresentato l’87% dei listing totali della Borsa di Milano (pari a 61). Tale percentuale è di gran lunga la più elevata tra quelle dei mercati europei controllati da Euronext. Le imprese familiari rappresentano quasi tre quarti delle quotate a Piazza Affari. Questi dati confermano un dinamismo in atto nella apertura degli assetti proprietari delle imprese familiari italiane, pur se i numeri totali di tali transazioni rimangono ancora troppo contenuti, soprattutto considerando che le risorse – finanziarie e non finanziarie – rivenienti dalla quotazione possono sostenere processi di crescita delle imprese più rapidi. 6.
Infine, l’internazionalizzazione tramite Ide. Fermo restando che l’Italia presenta un numero molto più basso di aziende di grandissime dimensioni (cioè oltre i 5 miliardi di euro) rispetto alla Germania (7,5% vs 25,4%), la percentuale di imprese italiane, familiari e non, con Ide è simile a quella delle imprese tedesche e, in entrambi i Paesi, le familiari sono più internazionalizzate. Le aziende francesi e tedesche, soprattutto quelle non familiari, presentano in media un numero di Ide più elevato e sono in media presenti in più Paesi rispetto a quelle italiane e spagnole. Ma l’Italia è l’unico caso dove le aziende familiari sono presenti in media in più Paesi di quelle non familiari.
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