Il coronavirus infetta un’Opec sempre più cagionevole
Il rapporto tra i Paesi del cartello è collassato la scorsa settimana quando Mosca si è rifiutata di tagliare la produzione. Ma non è una cattiva notizia per tutti. L’analisi di M&G Investments
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Un crollo dei prezzi sotto quota 30 dollari, una progressiva risalita che dovrebbe riportare il barile alle attuali quotazioni entro la fine del prossimo anno e le grandi compagnie petrolifere costrette a rivedere i conti e a tagliare, anche sensibilmente, i dividendi. Saranno queste le conseguenze della guerra dei prezzi che si è scatenata intorno al petrolio, secondo Angelo Meda, responsabile azionario di Banor Sim.
A scoperchiare il vaso (e ad agitare i mercati) è stata la mancata intesa dell’Opec tra Russia e Arabia Saudita nel weekend, che non sono riuscite ad accordarsi su un possibile taglio della produzione, necessità emersa in risposta alla debole richiesta di mercato per effetto dell’epidemia di coronavirus. La spaccatura del cartello, come spiega Meda, ha già causato un ribasso del prezzo del petrolio del 25% quotato ora a 33 dollari al barile; il future a 12/60 mesi non ha ancora un prezzo ma è probabile che si attesti sui 35/40 dollari ad unità.
“Non si tratta ovviamente di una questione puramente economica – osserva l’esperto -, è scontato dire che la Russia guadagna di più vendendo 10 milioni di barili a 50 dollari l’uno piuttosto che 12 milioni di barili a 30 dollari. C’è di mezzo anche la politica: in questo momento 20 mila soldati americani svolgono il loro addestramento in Lituania, Estonia…, l’America sta imponendo forti sanzioni alla Russia, che questa sia una mossa di Putin per mettere in difficoltà Trump? Tutto ciò comporta che in tempi brevi, all’incirca 12 mesi, Arabia Saudita e Russia immetteranno sul mercato tutti i barili di greggio che possono, evento che non si vedeva dal biennio 2015/2016”.
Come se non bastasse, c’è poi l’ulteriore problema attuale della doppia crisi dal lato della domanda e dell’offerta. “Le attese sono per un eccesso di offerta di oltre tre milioni di barili, che probabilmente causerà un ribasso significativo del prezzo del petrolio fino a livelli notevolmente inferiori ai 30 dollari per spingere fuori mercato i piccoli fornitori”, chiarisce Meda.
Certo è impossibile escludere un accordo dell’Opec+ nei prossimi mesi (nel 2015 era stato necessario attendere 9 mesi dall’annuncio dell’organizzazione dei Paesi produttori), ma l’esperto sottolinea che oggi lo scenario vede un mancato accordo sui tagli di produzione. “Dopo un crollo del prezzo sotto i 30 dollari per unità e l’uscita dal mercato dei piccoli produttori di shale oil, il mercato ritornerà stabile entro la fine dell’anno e l’esaurimento delle scorte riporterà il prezzo del petrolio nuovamente intorno ai 40/50 dollari entro la fine del 2021”, assicura.
Secondo Meda, possiamo quindi aspettarci un’evoluzione in tre fasi: sopravvivenza (sell-off da parte degli investitori e crollo degli investimenti da parte delle aziende), inflazione (ristrutturazione del capitale delle aziende indebitate e forse di alcuni Stati), recupero. “Questa volta però il recupero sarà differente, con gli asset bloccati o che vengono ottimizzati – avverte -. I punti deboli sono il mercato ad alto rendimento americano (con il 12% di titoli energetici nell’indice), i servizi petroliferi con debiti (specialmente la trivellazione) e i produttori di shale oil (molte piccole-medie imprese americane). Al contrario, coloro che beneficeranno di un simile contesto sono la raffinazione (grazie ai forti ribassi) e i grandi consumatori di petrolio (compagnie aeree, trasporti)”.
Cosa accadrà ai dividendi delle società integrate? Meda ha pochi dubbi: “A partire dal 2021 è quasi certo un taglio – afferma -. Le più a rischio sono Eni e Rdsa che potrebbero ridurli del 40% (o pagando titoli provvisori), con Bp e Total più vicini al 30%. Il breakeven pre-dividendi e dopo gli investimenti fatti delle aziende (che potrebbero subire un arresto) è a 25/30 dollari al barile. Le major del petrolio possono superare quindi la fase di sopravvivenza e, in un mondo di tassi di interesse a zero, quando i prezzi del petrolio si stabilizzeranno, rimbalzeranno automaticamente sui mercati”.
Alla luce di quanto ci attende, Meda conclude quindi dicendo che il momento ideale per acquistare sarà quello di maggior crollo: “Quando il costo per unità si aggirerà al di sotto dei 35 dollari (ora è a circa 40), con un significativo 15% in meno rispetto al prezzo attuale”.
