Draghi saluta il parlamento EU e avverte: “Senza riforme non si cresce”
Una ricetta che il presidente uscente della Banca centrale va ripetendo da circa otto anni. “Servono riforme strutturali, da sola la politica monetaria serva a ben poco”
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Con l’inizio dell’autunno prende il via la stagione degli appuntamenti di bilancio che attendono l’Italia fra settembre ed ottobre.
Il nuovo esecutivo guidato dal premier Giuseppe Conte avrà la sua prima gatta da pelare già questa settimana: venerdì 27 scade il termine per l’approvazione della nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) approvato lo scorso aprile.
Su questo fronte i funzionari del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) stanno lavorando per smussare le condizioni contenute nel Def, nel quale Via XX settembre aveva fissato un obiettivo di deficit al 2,4% per quest’anno – poi limato al 2,04% dopo la trattativa con Bruxelles per evitare la procedura d’infrazione – e al 2,1% il prossimo.
Come farà il Tesoro ad abbassare il rapporto fra deficit e Pil? Quali saranno le misure che saranno contenuto nella nota di aggiornamento al documento (NaDef)? Ne abbiamo parlato con Annalisa Usardi, Senior Economist di Amundi.
Se assumiamo che il governo vorrà mantenere il deficit intorno al 2-2,1% del PIL, per evitare tensioni con Bruxelles, prevediamo che lo spazio per ogni ulteriore spesa sarà estremamente limitato e permetterà a nostro avviso solo l’introduzione di misure “simboliche” e care a questo governo come ad esempio la riduzione del cuneo fiscale e gli investimenti green. Secondo il Def 2019, infatti, a leggi invariate, si parte da un deficit di 35,9 miliardi ai quali bisognerà aggiungere 23,3 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA e 3 miliardi di spese indifferibili.
Pur considerando i risparmi (per minori adesioni) stimati per Quota 100, reddito di Cittadinanza, maggiori entrate per la fatturazione elettronica e la minore spesa per interessi legata all’abbassamento della curva dei rendimenti negli ultimi mesi, secondo i nostri calcoli si parte comunque da una manovra di circa 50-51 miliardi (2,8% del PIL). Rispetto a un obiettivo di deficit del 2%-2,1% (dove pensiamo il governo vorrà convergere), mancherebbero all’appello 14-15 miliardi, che a nostro avviso potranno essere trovati razionalizzando misure ed esenzioni precedentemente introdotte e, potenzialmente, riuscendo in ambito di negoziazione con la Commissione a portare al di fuori del calcolo del deficit alcuni miliardi di investimenti strutturali già inclusi nel Def 2019. Il Mef potrebbe anche considerare una rimodulazione parziale dell’IVA per poter ridurre il totale da neutralizzare pur limitando gli effetti negativi sulla domanda interna.
Il Governo ha espresso la volontà di fare una manovra non restrittiva pur preservando la stabilità delle finanze pubbliche. Per quanto probabilmente si procederà con una negoziazione intensa per poter ottenere il massimo spazio di flessibilità possibile dalla Commissione, non ci aspettiamo che il governo presenti target espansivi ambiziosi, né che ognuna delle parti coinvolte abbia interesse ad evidenziare uno scontro aperto. Per questo, in assenza di eventi sfavorevoli esterni, ci possiamo aspettare che i mercati possano mantenere un atteggiamento costruttivo nei prossimi mesi, benché gli elementi di vulnerabilità dell’economia e delle finanze italiane rimangano presenti. Relativamente alla preoccupazione sulla sostenibilità del debito, che de facto è la principale preoccupazione, è infatti cruciale il ruolo della politica monetaria. In uno scenario di bassa crescita, la politica monetaria di fatto fornisce garanzia che i rendimenti rimarranno bassi in relazione al PIL nominale, permettendo che il rapporto debito/PIL possa rimanere su una traiettoria sostenibile, nel migliore dei casi fornendo anche un po’ di spazio fiscale. Insieme ad un approccio collaborativo tra Italia e Commissione, questo combinato disposto dovrebbe mantenere sotto controllo le preoccupazioni dei mercati.
Data una minore probabilità di confronto con la Commissione europea e l’azione della BCE, i rendimenti dei BTP italiani dovrebbero rimanere compressi e l’appetito degli investitori in cerca di rendimento per i BTP italiani supportato. La nostra preferenza è per le scadenze più lunghe della curva (30 anni). Da un punto di vista cross-asset, nel nostro scenario in cui l’incertezza geopolitica resta elevata, preferiamo una esposizione al reddito fisso e ai BTP rispetto all’azionario italiano, in quanto quest’ultimo risulta più esposto e vulnerabile rispetto ai rischi globali (guerra commerciale e rallentamento globale). Per l’azionario, nel medio termine potremmo aspettarci un supporto derivante da una attività più intensa di IPO per società nel segmento small e mid e dall’interesse da parte di investitori ESG nei prossimi mesi.
