Moreau (Amiral Gestion): “Opportunità eccezionali nell’azionario”
Per il gestore bisogna guardare al Roce per trovare aziende di qualità in cui conviene investire. Europa meglio degli Usa. Ecco chi ha retto bene la crisi
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‘In medio stat virtus’, locuzione latina che riconosce le virtù delle cose di mezzo e trova d’accordo Elena Ferrarese, head of italian equities di Amundi Sgr. “Vediamo valore nelle società quotate a media capitalizzazione, il vero Eldorado dell’economia italiana”, spiega l’asset manager a FocusRisparmio.
Il portafoglio gestito dalla Ferrarese si concentra su una cinquantina di nomi attentamente selezionati soprattutto all’interno del segmento Mid e Small Cap di Borsa Italiana, rigorosamente secondo un approccio bottom up e con focus sul lungo termine: “Puntiamo su società leader nel settore di appartenenza, ben diversificate che operano in business con importanti barriere d’ingresso”, spiega l’esperta.
Il segreto del team di Amundi è quello di instaurare con le società in portafoglio un dialogo “costante e costruttivo che aiuta sia noi come investitori a capire le dinamiche sottostanti di particolari nicchie di mercato, sia le società ad avere azionisti di lungo periodo che li accompagnino”.
Una filosofia più che una strategia che vale ancor di più oggi durante l’emergenza epidemiologica che ha portato il blocco delle attività e messo in difficoltà interi settori. Come e dove trovare valore al giusto prezzo in Borsa? Ferrarese ce lo spiega in questa intervista.
Sul primo trimestre in realtà non particolarmente negativo perché solo un mese su tre (marzo) è stato impattato direttamente dal lockdown mentre gennaio e febbraio solo indirettamente. I mesi in cui si potranno valutare gli effetti negativi della crisi sono aprile e in parte maggio. Dal punto di vista delle valutazioni pensiamo che il mercato azionario italiano sconti già queste prospettive. Noi crediamo che questo periodo difficile lascerà pesanti ferite su alcune società e settori. A livello aggregato stimiamo un impatto negativo sul Pil annuale italiano nell’ordine del 7- 8% ma altri operatori di mercato hanno ipotesi anche più negative fino ad arrivare a 13-14%.
La crisi sanitaria ed economica e la conseguente discesa delle Borse ha favorito la convenienza relativa delle azioni italiane rispetto a quelle europee. Oggi il rapporto medio fra prezzo di Borsa e utile per azione (P/E) delle aziende italiane è pari a circa 11,5-12 mentre la media dei mercati europei è di circa 14. Nonostante molte società abbiano ridotto la visibilità sugli utili e rimandato la distribuzione dei dividendi, il dividend yield medio delle società di Piazza Affari è ancora interessante, intorno al 4,5%.
Nel confronto interno, le Blue chip – le società appartenenti all’indice FTSE Mib – sono apparentemente meno care delle medie capitalizzazioni (11,5x vs 13x), ma c’è da tener conto che il dato sulle grandi capitalizzazioni è sbilanciato dalla preponderanza di due settori in particolare, il bancario-finanziario e l’energy. Entrambi questi comparti hanno mostrato segni di debolezza durante la crisi. Inoltre, le società di media capitalizzazione hanno una maggior vocazione all’esportazione. Questo fattore che in questo momento a causa del lockdown globale può sembrare un minus, in futuro sarà un plus visto che le dinamiche di ripresa delle attività saranno a macchia di leopardo come vediamo già in Cina dalla quale giungono segnali incoraggianti su questo fronte.
Cerchiamo di individuare le aziende con un alto rapporto fra reddito operativo lordo (Ebitda) e debito. In un momento di crisi è un indicatore estremamente sensibile alla capacità di remunerare i creditori grazie all’attività operativa. Da questo punto di vista il mercato italiano ha lavorato molto bene rispetto all’ultima crisi: oggi le società sono più solide e più sane patrimonialmente. Nel Ftse Mib, ad esempio, oltre il 20% delle società sono società cash positive hanno quindi una forza competitiva solida. Questa caratteristica si rinviene anche all’interno dei settori strutturalmente più indebitati come utilities e telecom, che ovviamente hanno dinamiche economiche diverse, business regolati dove fare un maggior ricorso alla leva finanziaria è comune e consono al tipo di settore.
Parlando con tanti manager delle aziende in cui investiamo ci rendiamo conto che anche le aziende di media dimensione italiane sono sensibili alle tematiche Esg e hanno già fatto parecchi sforzi nel campo del welfare e dell’impatto sociale con una visione di sostenibilità. C’è molta consapevolezza, quel che manca è forse la capacità di rendere più trasparente tutta la mole di dati che il sistema necessita per avere anche un riconoscimento formale attraverso i rating ufficiali. Le società di media capitalizzazione devono strutturarsi meglio dotandosi anche di team dedicati allo studio e all’implementazione delle analisi Esg interne. Per le società più grandi questo percorso è iniziato già da tempo e quindi sono già più abituate a considerare Esg uno degli aspetti che il mondo degli investitori come noi analizza e prende in considerazione per i propri investimenti.
Nel nostro processo di investimento è incluso il contatto costante con le società. Abbiamo una media di circa 3-4 colloqui l’anno con il management delle aziende, sia quelle che abbiamo già in portafoglio sia le possibili candidate che stiamo ancora analizzando. In questo periodo di lockdown gli incontri si sono addirittura intensificati grazie alla tecnologia che permette riunioni a distanza meno onerosi in termini monetari e di tempo.
Quali sono i settori che preferite in termini di asset allocation e quali no?
A nostro avviso l’attuale crisi accelera dei trend che erano già in atto come quelli del digital, il commercio online e la tecnologia. In questi settori è possibile trovare imprese che hanno resistito bene al blocco delle economie. Altri settori, invece, hanno risentito del rallentamento ma solo nel breve periodo e riteniamo non avranno grandi ripercussioni sul lungo termine. Mi riferisco al lusso e alle telecomunicazioni che sicuramente riprenderanno forza. Per quanto riguarda il settore industriale molte aziende non spariranno nonostante la crisi. Per questo sarà importante il lavoro di un buon gestore nello scovare sul mercato occasioni giuste a prezzi interessanti.
È un mercato pieno di società molto interessanti con grandissime capacità di crescita e possibilità di sviluppo. Un esempio? Prima del lancio dei Pir una percentuale molto importante di società italiane di media capitalizzazione contavano nel loro azionariato importanti investitori stranieri in maniera stabile. Questo apprezzamento testimonia il fatto che le nostre aziende sono in grado di competere molto bene e battere le aziende estere. Penso che il ricorso ad incentivi fiscali per incoraggiare l’investimento su queste società sia una buona leva su cui il governo giustamente punta molto. Penso anche all’ultima innovazione dei Pir alternativi per una clientela più sofisticata.
