Bce, Lane: “Sotto osservazione l’aumento dei rendimenti”
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Uno spettro capace di far tremare i polsi anche agli investitori più temerari sta mandando nel panico i mercati globali. L’impennata dei rendimenti sui Treausury Usa ha infatti portato l’incubo reflazione all’ordine del giorno, con le piazze europee che partono in deciso rosso, salvo poi ridurre le perdite nel coso della mattinata sulla scia del segno più dei future di Wall Street.
Intanto, ieri, il timore di un ritorno dell’inflazione negli Stati Uniti ha mandato a tappeto i listini Usa, con il Dow Jones che ha terminato a -1,8% e il Nasdaq a -3,5% (il peggior risultato da quattro mesi, con Apple a -3,47%, Amazon a -3,21% e Google a -3,06%), e ha oggi affondato l’Asia, con Tokyo che ha terminato in discesa di quasi il 4% e con il dollaro che è salito al top da sei mesi sullo yen.
A far da detonatore, appunto, il balzo dei tassi obbligazionari statunitensi. Il rendimento sui decennali a stelle e strisce, tornato oggi all’1,48%, ieri è volato all’1,6%, il top dal 14 febbraio del 2020, con un movimento che alcuni trader hanno chiamato ‘flash move’. I rendimenti hanno poi ritracciato chiudendo comunque ai massimi da anno all’1,51%, in rialzo di 12 punti base circa nella sessione. I tassi a 30 anni sono balzati al 2,286%.
Alla luce dei rendimenti dei bond a 10 anni, gli investitori temono quindi che la ripresa dell’inflazione spinga la Federal Reserve a mettere da parte le politiche di liquidità e ad alzare i tassi di interesse, nonostante il numero uno della banca centrale americana, Jerome Powell, solo martedì scorso abbia confermato la sua linea dovish, assicurando che un inasprimento dei tassi non è all’orizzonte. L’entità del selloff ha comunque spinto la banca centrale australiana a lanciare un’operazione di acquisto di obbligazioni a sorpresa per cercare di arrestare l’emorragia, ma l’operazione è servita poco a calmare i mercati.
Gli analisti sono concordi nel ritenere che nella seconda metà del 2021 si assisterà ad un forte rimbalzo dell’economia statunitense grazie, da un lato, ai buoni esisti della campagna di vaccinazione che dovrebbe consentire una ripresa delle attività, e, dall’altro, al pacchetto di aiuti che il governo americano si appresta ad approvare. Questa forte ripresa dell’economia e l’aumento della spesa secondo molti investitori innesterà un aumento del costo del denaro.
Il rialzo dei tassi Usa risponde a questa aspettativa, che si riflette negativamente soprattutto sui tecnologici: chi investe in questi titoli generalmente deve aspettare più tempo per recuperare i propri investimenti, perché la loro scommessa è sull’impatto delle tecnologie nel lungo periodo. Uno scenario poco attraente durante i periodi di inflazione, dove i soldi potrebbero valere oggi più di quanto varranno domani. Tassi di interesse più elevati, insomma, potrebbero portare gli investitori a uscire dall’azionario e a puntare sui bond, oltre a colpire, come sta accadendo, i titoli growth del settore hi-tech.
D’altra parte per gli investitori il tema della reflazione resta valido e le iniziative sul fronte della politica fiscale potrebbero contare più delle parole dei banchieri centrali. “Gli investitori sono proiettati al futuro – spiega Mark Dowding, cio di BlueBay – e da questo punto di vista è comprensibile che il numero di coloro che si aspettano rendimenti obbligazionari più elevati possa continuare a superare quello di coloro che sono in attesa di un rally sui mercati. Per la Fed, parte del problema risiede nel fatto che se promuovesse un messaggio eccessivamente accomodante, i mercati potrebbero decidere di non credervi. A quel punto, la sua credibilità potrebbe essere messa in questione, se vedessimo una crescita dell’inflazione e allo stesso tempo un calo della disoccupazione, grazie a una crescita economica più solida”.
A parte il movimento dei rendimenti dei Treasury, secondo l’esperto sarà probabilmente l’evoluzione dei tassi reali ad avere un impatto maggiore sulle altre asset class. “I rendimenti obbligazionari nominali si sono mossi al rialzo da agosto in poi, ma fino a poco tempo fa, i rendimenti reali erano rimasti relativamente fermi, con i tassi di inflazione breakeven in aumento – chiarisce -. Tuttavia, con l’aumento dei Treasury a 10 anni al di sopra dell’1,25%, i breakeven dell’inflazione hanno fatto fatica a tenere il passo, e ciò significa che i rendimenti reali hanno iniziato a muoversi al rialzo, con un impatto sulla propensione per il rischio più in generale”.
“Gli indici azionari si sono allontanati dai loro massimi – osserva Dowding – e nei mercati emergenti i benchmark hanno continuato a sottoperformare come da inizio anno, a causa delle speculazioni sui mercati circa una possibile inversione nel ciclo delle politiche statunitensi. Il credito corporate ha avuto performance migliori finora a livello di spread. In questo caso, i rendimenti assoluti più elevati hanno incoraggiato gli investitori liability-driven e altri operatori sensibili ai rendimenti a impiegare il proprio capuitale in questo mercato”.
Tuttavia, per l’esperto sembra che ci sia una preoccupazione di fondo riguardo al fatto che se il movimento al rialzo dei rendimenti dei Treasury non si affievolirà a breve, aumenteranno i rischi di un nuovo taper tantrum simile a quello del 2013, quando i mercati sono crollati dopo che la Fed ha annunciato che avrebbe ridotto il suo programma di acquisto di bond.
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