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Gli investimenti di impatto sono destinati a crescere rapidamente, spinti da una maggiore attenzione al sociale, secondo M&G. Ma occorre che l’impatto sia misurabile con procedure rigorose, sostengono da Ofi AM
Con l’impact investing, l’etica e il profitto vanno a braccetto. Inoltre le strategie di impatto hanno risultati più tangibili e spesso sono più comprensibili rispetto alle strategie Esg. Per questo motivo, il mercato sta crescendo rapidamente e continuerà a farlo. Non ci si deve preoccupare delle cosiddette “bolle di sostenibilità” secondo John William Olsen, Manager of the M&G Positive Impact strategy, perché si trovano interessanti aziende di impatto meno “affollate”, e perché l’impatto della pandemia ha dato un’ulteriore spinta all’attenzione per il sociale. L’importante, secondo Béryl Bouvier Di Nota, portfolio manager di Ofi Asset Management, che l’impatto positivo delle società su cui si investe sia misurabile con una metodologia precisa e adeguata.
“L’impact investing è cresciuto rapidamente. Storicamente appannaggio degli investitori istituzionali e di investitori con un patrimonio elevato, l’emergere di fondi azionari impact ha notevolmente aperto lo spazio ai membri del pubblico che vogliono fare la differenza con i loro soldi”, spiega Olsen di M&G. Il Global Impact Investing Network stima la dimensione del mercato a 715 miliardi di dollari di asset in gestione, rispetto ai 114 miliardi nel 2017. “Un altro motore di crescita è stato il semplice fatto che le strategie di impatto sono più tangibili e più facili da capire rispetto agli investimenti Esg”, aggiunge Olsen.
La crescita dell’impact investing è destinata solo a continuare secondo l’esperto, “poiché sempre più persone vedono che è possibile ottenere un ritorno finanziario offrendo benefici positivi per la società e l’ambiente”. Certo, sono state sollevate domande sulle “bolle di sostenibilità”. È vero che il potenziale di crescita futura e la promessa di un prodotto intuitivo possono portare gli investitori a correre nella stessa direzione, creando un certo affollamento su alcuni settori e certi tipi di società. Ma Olsen sottolinea che sono molte aziende meno “in voga” che forniscono prodotti e servizi di impatto, siano essi micro-prestatori nei paesi in via di sviluppo, organizzazioni di istruzione universitaria o aziende sanitarie, sui quali puntare senza temere l’effetto bolla.
Va considerato inoltre che la pandemia ha anche portato alla luce molti problemi, in particolare sul lato sociale, ed è facile che, dopo essersi concentrati in un primo momento sugli investimenti sostenibili dal punto di vista ambientale, “nel prossimo anno assisteremo a una seconda ondata di azioni dei governi sulle questioni sociali”, afferma Olsen.
Uno dei cardini centrali dell’impact investing, aggiunge il manager di M&G, è la misurabilità. “Parte del lavoro che abbiamo svolto è cercare dati migliori sulle nostre società partecipate e penso che sia stato sostenuto dall’interesse degli investitori. Inoltre, abbiamo scoperto che la maggior parte delle aziende è desiderosa di far parte di un fondo impact, di essere inclusa in un gruppo selezionato di aziende che forniscono soluzioni e fanno del bene sociale e ambientale. Questo ci consente di impegnarci più facilmente, di incoraggiare una divulgazione ancora migliore e di aiutare e guidare le aziende a realizzare cambiamenti positivi”.
L’aspetto della misurabilità è segnalato come dirimente anche da Béryl Bouvier Di Nota di Ofi Asset Management. “Investire in aziende che hanno un impatto positivo sull’ambiente e sulla società è centrale nel nostro approccio, ma questo “impatto positivo” deve essere misurabile con una metodologia precisa e adeguata. Sappiamo tutti che investire in aziende che ottengono buoni risultati sul fronte finanziario significa selezionare titoli con solide prospettive di crescita e di guadagno, bilanci interessanti, livelli di indebitamento gestibili, eccetera… ma come si misura la performance non finanziaria di un’azienda?”
La difficoltà sta nel fatto che l’impatto ricercato può essere diverso a seconda dell’azienda e del settore. Occorrono quindi indicatori specifici adattati al settore di attività di ciascuna azienda. Ofi, in particolare, si basa su quattro benchmark: i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) definiti dall’ONU; IRIS (Impact Reporting and Investment Standards) del Global Impact Investing Network (GIIN), cioè 559 metriche qualitative e quantitative che coprono dieci settori diversi; la WDI (Work Disclosure Initiative), cioè 139 domande per determinare il modo in cui le le aziende gestiscono i propri dipendenti, ma anche quelli che lavorano nelle loro catene di fornitura; e infine la GRI (Global Reporting Initiative), con 79 indicatori di performance per misurare gli impatti economici, ambientali e sociali.
“Un gestore che voglia analizzare un’azienda secondo metriche impact dovrà dunque andare oltre i meri criteri ESG classici”, e “analizzare anche il suo impegno e l’ambizione a generare un impatto positivo, assicurandoci che non si tratti solo di una dichiarazione di facciata. In Francia il PACTE (Action Plan for Business Growth and Transformation Act) incoraggia ora le aziende francesi a definire una mission statement, o addirittura ad adottare il nuovo status legale di azienda mission-driven.
OFI sostiene questo approccio e ha stabilito un quadro analitico, chiamato Mission For e fondato su tre pilastri, per valutare quanto sia autentica l’intenzionalità di un’azienda e se essa si rifletta effettivamente sul campo. I tre pilastri sono rappresentati da un’intenzione/missione formalmente definita; la misura in cui l’intenzione/missione dell’azienda è incorporata nella sua strategia; la misura in cui l’intenzione/missione della società è incorporata nella sua struttura di governance. In base a questo processo, viene assegnato un rating che “divide le aziende in quattro categorie di intenzionalità: ‘alta’, ‘avanzata’, ‘moderata’ e ‘inadeguata'”, spiega Bouvier Di Nota.
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