Finanza per la crescita: come far ripartire l’economia reale
Gli operatori sono alla ricerca del meccanismo più congruo per mettere in moto il risparmio improduttivo e portarlo verso l’economia reale
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Italia 500, primo fondo di VC dedicato al retail, è stato presentato a fine ottobre a Milano e sarà presto disponibile alla vendita sul mercato. Il prodotto, che rappresenta un’opera prima in ambito globale, sarà distribuito dalla rete di Azimut, ma la strategia di portafoglio sarà elaborata da P101, uno dei primari venture capital italiani. Con Andrea Di Camillo, founder e managing partner di P101, Focus Risparmio ha cercato di capire quali sono rischi e opportunità di questa novità.
Dunque, il VC per il retail… non è troppo rischioso?
Il VC è una forma di investimento adatta anche a profili meno aggressivi, se viene approcciato con il giusto processo e con criteri di asset allocation equilibrati, che è esattamente quello che fa P101. Ed è anche l’unico approccio che può funzionare in Italia: negli Usa vige la regola della power law, per cui basta che in portafoglio ci sia un solo titolo che sbanca il mercato e da solo fa la partita. In Italia sarebbe prematuro un approccio simile perché il mercato delle exit e dei cd unicorni è ancora limitato, seppure le cose stiano cambiando.
E allora si può fare asset allocation anche con le start-up?
L’unica differenza è che noi trattiamo un asset illiquido. Monitoriamo ogni anno quasi 2mila aziende e selezioniamo le migliori in base alle idee, alle persone, ai fondamentali su cui si basano e appunto anche in base al loro contributo e peso all’interno di un portafoglio che cerchiamo di bilanciare. Le scelte di allocazione in portafoglio sono guidate dalla qualità dell’asset ed anche dal suo contributo al portafoglio nel suo complesso.
Come si costruisce un portafoglio di questo tipo?
Abbiamo fatto qualcosa che si avvicina più a un mercato quotato che a un VC, servendoci di un modello finanziario sottostante: un algoritmo proprietario che ci aiuta a fare le scelte corrette basandosi sui numeri e le evidenze. Non più tanti biglietti della lotteria ma alcune scelte pesate sulla base delle evidenze in cui la continuità dell’investimento conferma ed accresce il suo stesso valore. Sono in particolare tre le dimensioni che consideriamo: la durata. Parliamo di un investimento che ha un orizzonte temporale lungo, se parliamo della fase intermedia di seed, di 7-10 anni. L’idea è tenere una duration media che non superi questo orizzonte: per farlo mescoliamo investimenti in fase early stage e later stage. Il secondo elemento sono i settori sottostanti: semplificando, nel B2B i tassi di crescita ed il fabbisogno di capitale sono più contenuti e meno esplosivi ma sono più stabili e durano di più nel tempo. Dunque a fronte di capitale contenuto, abbiamo ritorni costanti e di medio/lungo termine. Nel B2C, al contrario, l’investimento – e la volatilità – è elevato, soprattutto nella parte di avvio dell’attività, ma anche i frutti si raccolgono nel breve termine. Conseguentemente il profilo di rischio/rendimento è alto. La terza variabile è la geografia. Sempre mantenendo un principio di rilevanza rispetto al mercato italiano, abbiamo cominciato a fare stock-picking, oltre a quelle industry in cui l’Italia è più forte, che anche in altri mercati, laddove le nostre competenze possono essere valorizzate.
Quali saranno invece le caratteristiche di Italia 500?
Innanzitutto, la soglia di accesso molto bassa, ovvero 5mila euro. Un valore che consente l’investimento ai privati, i quali potranno ottenere un rendimento interessante e decorrelato, superando il tema del tasso zero che caratterizza ormai l’universo bond e la volatilità che è la cifra delle Borse nell’attuale clima di incertezza. Il target di Italia 500 saranno le startup con fatturato fino a 5 milioni di euro e le PMI con fatturato fino a 50 milioni, operanti nei settori riferibili in generale al digitale e in cui investiremo (o abbiamo investito) con i nostri due fondi Programma 101 e 102.
Perché un piccolo risparmiatore dovrebbe investire in realtà come queste?
Per fare un investimento ad alto potenziale e di medio lungo termine decorrelato dalla volatilità dei mercati ma anche per contribuire alla loro crescita e a quella del Paese. E quindi avere accesso alle storie imprenditoriali di successo del futuro: le più importanti società tecnologiche Usa che oggi dominano il mercato sono nate grazie al VC e l’Italia ha tutte le carte in regole perché anche qui accada lo stesso. Il 2018 ci ha portato una ventata di ottimismo ma anche di realismo grazie alle evidenze che dal nostro mercato si stanno osservando ed alla crescita rilevante del mercato domestico in termini quantitativi e mentre il 2019 si avvia al raddoppio, verso il valore di un miliardo di euro, abbiamo evidenza del fatto che anche nel nostro Paese si possa investire e avere ritorni importanti su nuove aziende che sfruttino importanti trend tecnologici.
Non è una visione un po’ troppo romantica?
Il venture capitalist è senza dubbio un cacciatore di sogni, ma è anche un analista con una visione ampia e articolata di un mercato che nessun altro conosce con la medesima profondità. P101, ci piace ricordarlo, è il primo personal computer inventato da Olivetti nella metà degli anni ‘60 e usato dalla Nasa per la missione che ha portato l’uomo sulla luna nel 1969. Ci poniamo lo stesso obiettivo per le nostre aziende, consapevoli di poterlo centrare: far raggiungere loro il massimo delle potenzialità. Ci sono tutti gli elementi culturali e di contesto e a questo punto anche finanziari per permettere alle imprese italiane di precorrere i trend di là da venire.
