I dazi non freneranno le innovazioni
Benché non sia possibile stabilire quando e come finirà l’attuale braccio di ferro sugli scambi commerciali, le forze dirompenti sono destinate a restare
2 min

Lo scardinamento delle relazioni commerciali globali a opera degli Usa, l’impatto della politica monetaria della Fed e lo scontro Roma-Bruxelles sulla manovra italiana sono i principali fronti di tensione che tengono i mercati con il fiato sospeso in questo momento. L’osservazione è di Toby Nangle, responsabile asset allocation globale e responsabile multi-asset Emea di Columbia Threadneedle Investments, che fa il punto della situazione dopo un ottobre difficile per i mercati, con l’impennata degli spread e il crollo degli azionari un po’ ovunque.
“Con le azioni dell’Asia emergente ufficialmente in fase di ribasso e quelle dei mercati sviluppati in calo di circa il 10% dai massimi, si fa strada il dubbio che questi movimenti siano avvisaglie del Big one”, cioè il crollo degli attivi rischiosi attesi dagli osservatori ribassisti, spiega Nangle. Un’ipotesi non probabile, anche se “ci sono rischi sufficienti nel nostro orizzonte per indurci alla cautela”: i tre fronti di tensione citati all’inizio, appunto, che tuttavia per incidere sui prezzi degli asset dovrebbero influenzare i fondamentali o le valutazioni, o entrambe le cose.
Il primo aspetto, cioè i dazi imposti dall’amministrazione Trump, effettivamente “generano un impatto diretto sui fondamentali”, con ripercussioni sulle società Usa che «potrebbero essere molto pesanti: l’ipotesi che la crescita degli utili nel 2019 venga azzerata dai dazi del 25% su tutte le importazioni cinesi è del tutto plausibile”. E va considerato anche l’indebolimento del quadro per gli investimenti diretti esteri cinesi e gli effetti prodotti nell’intero universo societario, che allargano gli spread delle obbligazioni corporate.
Lo scontro sulla bozza di bilancio del governo italiano ha invece “provocato un impatto diretto sulle valutazioni”. In particolare, il balzo dello spread Btp/Bund a livelli che non si vedevano dalla crisi dei debiti sovrani, che ha spinto verso l’alto anche gli spread dei bond societari. “Riteniamo che sarà il buon senso a prevalere, ma quanto più a lungo persisterà la situazione di stallo, tanto maggiore sarà l’effetto frenante sui fondamentali”, dice Nangle.
C’è poi la Federal Reserve: “la disoccupazione è ai minimi degli ultimi 40 anni, pertanto un’ulteriore accelerazione della crescita oltre la media tendenziale rischia di far balzare l’inflazione oltre l’obiettivo della Fed, inducendo quindi la banca centrale a innalzare i tassi abbastanza da provocare una recessione”, argomenta l’esperto di Columbia Threadneedle.
Cosa comporta tutto questo per l’asset allocation? “Siamo piuttosto neutrali in termini di propensione al rischio, ma la nostra ricerca si è concentrata su rendimenti corretti per il rischio più solidi nelle azioni, nelle materie prime e negli immobili commerciali”, strategia che però a ottobre non è stata premiante. “Abbiamo confermato le nostre opinioni sui fondamentali, che puntano a una crescita superiore al consenso per Europa e Giappone, e rivisto al rialzo le previsioni di crescita a breve termine sotto il consenso per gli Usa. Nell’ambito dell’azionario continuiamo a preferire il mercato giapponese e, nonostante le difficoltà che si profilano per la Cina, riteniamo che l’azionario asiatico offra un valore sufficiente”, conclude Nangle.
