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Alessia De Luca, esperta di relazioni transatlantiche dell’Istituto per gli studi di politica internazionale commenta l’America post-trumpiana a due settimane dall’insediamento di Joe Biden
A due settimane dal suo insediamento Joe Biden può contare già su un record personale: è il presidente che ha emesso più ordini esecutivi nei primi dieci giorni di mandato. Secondo i dati della Casa Bianca il nuovo presidente ha emesso già 25 ordini esecutivi, un numero molto elevato se confrontato con i suoi tre predecessori che non arrivarono neanche a dieci ciascuno. Il provvedimento-simbolo del nuovo corso presidenziale – che dà la cifra del cambiamento che Biden vuole imporre – è senza dubbio quello che prevede il rientro degli Usa negli accordi di Parigi sul clima.
“È un’America impaurita, divisa, preoccupata per il futuro, per quello dei propri figli e della solidità dei propri valori, quella che Joe Biden eredita dal suo predecessore”, racconta a FocusRisparmio Alessia De Luca, advisor – online publications relazioni transatlantiche dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).
Quali sono gli impatti sulla società, sulla cultura e sul costume degli americani dopo quattro anni di Donald Trump?
La presidenza Trump ha significato un cambio radicale nel discorso pubblico e politico americano. Donald Trump non si è mai caratterizzato come un politico della destra repubblicana tradizionale (anche se all’estrema destra e all’alt-right ha sempre strizzato l’occhio) ma come un nemico dell’establishment e delle istituzioni democratiche, dipinte come roccaforte di una casta imbelle e inefficiente. Oggi quel cambio di discorso (ma ne è più una causa o un effetto?) ha proiettato la società americana verso una polarizzazione senza precedenti nella storia moderna degli Usa.
Che America e soprattutto che americani eredita Joe Biden dal predecessore?
È un’America impaurita, divisa, preoccupata per il futuro, per quello dei propri figli e della solidità dei propri valori, quella che Joe Biden eredita dal suo predecessore. In poco più di un anno la pandemia, le proteste sociali di Black live matters, la peggior crisi economica dai tempi della Grande Recessione e l’assalto al Congresso di Washington hanno scosso il paese dalle fondamenta. Inoltre, le accuse di Trump sui brogli elettorali, mai corredate da prove, non hanno fatto altro che discreditare il nuovo presidente agli occhi di una parte dell’opinione pubblica e alimentato il solco tra le diverse anime del paese.
Quali sono le conseguenze della guerra tecnologica tra Usa e Cina: il fatto di diventare progressivamente “secondo” dopo circa un secolo di egemonia che impatto ha sul Paese?
Secondo alcune proiezioni, in dieci anni l’economia cinese dovrebbe superare quella americana in termini di Pil, diventando la prima potenza economica del pianeta. L’assedio dell’arrembante superpotenza asiatica di certo preoccupa gli Stati Uniti, ma il vero, definitivo campo di battaglia è quello per lo sviluppo di nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale alle rinnovabili o al 5G. È la leadership tecnologica a cui Pechino mira e non a caso ha deciso di investire sulla formazione e la ricerca scientifica più del 3% del Pil nel prossimo quinquennio. Osservando attentamente la ‘guerra dei dazi’ degli ultimi due anni e mezzo, si capisce che la partita è già iniziata.
E l’Europa, da che parte dovrebbe guardare?
L’elezione di Biden è stata accolta perlopiù con sollievo dai paesi dell’Unione Europea. Negli ultimi quattro anni la relazione con Trump aveva allontanato le due sponde dell’Atlantico come non era mai accaduto negli ultimi 70 anni. Ma l’Europa ha tratto, o avrebbe dovuto trarre, anche degli insegnamenti da questa relazione ‘burrascosa’. Si è cominciato a parlare di ‘autonomia strategica’ laddove fino a qualche anno fa l’argomento era un tabù per alcuni e un’inutile fantasticheria per altri. Se ne è cominciato a parlare e bisognerà continuare a farlo per tre motivi fondamentali. Il primo è che l’elezione di Biden non cancellerà con un colpo di spugna le problematiche europee e globali. Al secondo posto occorre considerare che gli Stati Uniti sono sempre più rivolti a Oriente, ed è lì il loro interesse strategico. Terzo, è tempo che l’Europa diventi un attore politico e geopolitico vero, e non solo un’unione di paesi con moneta comune e frontiere aperte.
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